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Sorelle
Sorelle
Barbara Garlaschelli 
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Romanzo, Italia 2004
177 pp.
Prezzo di copertina € 17,50
Editore: Frassinelli , 2004
ISBN 88-7684-780-4


Frassinelli

Due donne, due mondi diversi, due caratteri opposti. E un unico passato che le lega senza dar loro respiro né libertà. Un elastico che non si spezza ma che si logora con il tempo. E dal centro di una spirale di dolore e di orrore, emerge la figura della donna. Che anche quando soffre resta. E che quando compie il male non smette di pagare.

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Sorelle: Vite senza, il colore dell’abbandono

Tengo dentro di me tutti i colori del dolore, dello smarrimento. Li mescolo al mio sangue e al mio respiro perché piangere non li avrebbe fatti tornare.
Nessuno tornava mai.


L’inquietudine e l’affanno. Il presente che si fonde con il passato e lo riporta in vita. I ricordi come un fardello che pesa sui giorni, le ore e i minuti. Il male dal quale non ci si libera né c’è scampo. E che anzi, per poter essere cancellato deve esser commesso di nuovo. La sofferenza ineluttabile. Quella con la quale nasci, quella che non ti scrolli di dosso. C’è tutto questo e c’è anche di più in questo noir deciso e veloce che si legge d’un fiato e che non ti permette di pensare ad altro. Uno stile che non lascia spazio a niente che non sia inquietudine. Barbara Garlaschelli non solo tiene il ritmo del discorso nonostante i pochi dialoghi e i continui incisi mentali delle protagoniste, ma riesce in un’impresa impegnativa: quella di non logorare mai le sue figure, di restituire a ognuna la propria fisionomia, il proprio perché. E anche se l’autrice indulge nel caricare le sagome, tanto che a tratti le sfaccettature delle personalità mettono in secondo piano il concreto (ad esempio non conosceremo mai il fisico di queste due sorelle – sono magre?, sono grasse? - nonostante le abbiamo sapute in momenti intimi), ciò che alla fine guadagna la centralità del racconto è la donna nella sua complessità. La donna che è bontà e cattiveria, angelo e demonio, ingenuità e paura. La donna che è un universo indomito e può fare gran bene o arrivare al male estremo. Virginia e Amelia, sorelle. Due facce di una stessa medaglia che insieme concorrono a essere una sola persona. Eterea, sottomessa, affabulatoria la prima. Fragile a tal punto da sembrare incapace di poter vivere da sola, “ritardata”, secondo alcuni. E forte, dura, caparbia, gelosa fino all’eccesso la seconda. Anche i colori con cui l’autrice le ha dipinte aiutano a dare l’impronta a questi due mondi. Bionda e diafana la prima. Mora e occhi neri che fanno paura la seconda. Ma poi? Non è forse l’una anche quel che è l’altra? La forza (morale, oltre che fisica) di Virgina quando decide di scappare, il “coraggio non viene” ma la sua autodeterminazione ce la ricordiamo. E la potenza, ancora più grande del saper serbare un segreto atroce - il vero legame tra le due, la cesura tra il prima e il dopo – non è forse questo prova di grande tempra? E allo stesso tempo: Amelia fragile, quando ci è possibile vederla, quando la sappiamo addormentata pesantemente, non ci induce a pensare che sola non saprebbe andare avanti?
Come dire: questo noir duro e impietoso calibra sui dubbi e sugli interrogativi l’equilibrio della narrazione intera. E mette in discussione chi definisce categoricamente le donne. Che ancora una volta si rivelano un mondo incomprensibile e sconosciuto. Lo sa bene Dario: inciampa in questa casa (che sa molto di Giro di Vite di James) e non riesce più a uscirne. E che in una pagina davvero significativa riesce in un battito di ciglia a chiedere e desiderare la sua carceriera e subito dopo la sua consolatrice. Non c’è scampo, comunque. E queste pagine che sfiorano la poesia pur mordendo l’attesa di una tragedia che si deve consumare – rivelare – non si tirano indietro dall’ammettere che c’è un’ineluttabilità del destino. E come nelle peripezie classiche arriva la rivelazione che ci aspettavamo: “ha bisogno di me”. E quindi le vite possono andare avanti. Così, come hanno sempre fatto. In un equilibrio che non è perfetto ma che permette di non sprofondare del tutto. Vite che non sono entusiasmanti, che non vanno al di là del ponte, che celano un pozzo nero che solo a pensarlo vengono i brividi.


Chiara Lico  (16-06-2004)

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