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I figli di Babele
I figli di Babele
Vincenzo Ruotolo 
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Poesie e racconti, Italia 2003
160 pp.
Prezzo di copertina € 10
Editore: Stampa Alternativa , 2003
ISBN 88-7226-766-8


Stampa Alternativa

Trentaquattro tra brevissimi racconti e poemetti, alcuni in doppia versione in italiano e in dialetto barlettano. Temi anticlericali ed iconoclasti, e riletture evangeliche tese a far recuperare una dimensione popolana e terrena ai protagonisti della religione cattolica: San Giuseppe, gli apostoli, Maria, Dio e Gesù.

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I figli di Babele: sanda pacienze

Don! Un male cieco e buio, t’è toccato Don, che t’ha levato fede ed allegria, Don: tu non lo meritavi certamente, Don! Perché non parli più di Provvidenza, Don, del male che ci prova e ci migliora, Don, e del dolore segno d’elezione?

Ancora una volta Stampa Alternativa si rende promotrice di un’operazione editoriale, ma soprattutto poetica e letteraria che di primo acchitto potrebbe sembrar puntare al bersaglio grosso dello scandalo, toccando il nervo scoperto della religione cattolica in un Paese come il nostro da sempre allergico ad ogni tolleranza  e ad ogni approccio critico in merito. Ma il sospetto di una “voglia di visibilità” (che peraltro sarebbe del tutto legittima, ma che se ridotta a mero tatticismo rischierebbe di svilire i contenuti del libro di turno) svanisce ben presto tra le pagine dense di caratteri fitti fitti e di umori intensi di questo I figli di Babele. Vincenzo Ruotolo si batte come un leone con due armi: i temi “forti” di una riscrittura paesana, carnascialesca, mediterranea, dissacrante di alcuni tra gli episodi più significativi del Vangelo e l’uso “antico” ma sempre rivoluzionario negli effetti del dialetto (in questo caso un barlettano che diventa una sorta di summa di tutti i dialetti di tutti i sud), qui in tutto e per tutto funzionale all’efficacia del messaggio da lanciare. Uniti, questi due aspetti dell’antologia (suddivisa a sua volta nei due sottoinsiemi prosa/poesia, a ben vedere) delineano il profilo di un libro passionale ed appassionato, acido e rancoroso quanto basta, ma comunque pervaso sempre da un qualcosa che potrebbe anche essere una religiosità semplice, sincera, soffocata dalle sovrastrutture, dai dogmi, dalle gerarchie, dal potere. E così la “meschinità” dei protagonisti finisce per renderli terreni, simpatici, umani, veri, anche se Ruotolo resta ben lontano da qualsiasi buonismo francescano e non rinuncia mai al morso, al calcio, alla battuta fulminante, allo sberleffo anticlericale.

David Frati  (13-02-2004)

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