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Le lune nere
Le lune nere
Lucio Fulci 
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Racconti, Italia 1992
140 pp.
Prezzo di copertina € 8,26
Editore: Granata Press , 1992
ISBN 88-7248-033-7


Granata Press

Un albergo popolato da oscure presenze, forse fantasmi; un uomo morto ma ancora in grado di sentire e vedere tutto scopre l’abisso di falsità, intrighi e ipocrisie nel quale è precipitata la sua famiglia; una bambina somatizza tutte le sofferenze dei protagonisti dei cartoni animati e delle favole; un neonato è molto perplesso sulla sua venuta al mondo; un anziano militare in pensione diventa un divo della tv in tempo di guerra; la vita di una coppia è sconvolta da una soap opera erotica; un immigrato diventa la pedina di una rappresentazione sacra più che veritiera; alcuni fantasmi fanno il punto della loro situazione a tavola; una coppia si sbatte in faccia tutti i rancori segreti mentre prepara un pranzo prelibato.

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Le lune nere: Rancore

Pulisci tu la cipolla e tagliala in dadi, così finalmente ti vedo piangere.

Lucio Fulci è la cattiva coscienza del cinema italiano, che non ha saputo assecondarne l’immenso talento e lo ha anzi emarginato e vilipeso, sacrificando la sua straordinaria capacità artigianale sull’altare dello (show)-business. Dopo aver esordito nel mondo della celluloide come documentarista del cinegiornale “La settimana Incom”, si è costruito una solida reputazione di enfant-prodige della sceneggiatura collaborando con Steno e Monicelli in alcuni classici della comicità all’italiana come “Un giorno in pretura” e “Un americano a Roma”. Una volta dietro alla macchina da presa, Fulci ha iniziato a macinare commedie (Totò, Franchi e Ingrassia, per citare solo alcuni dei protagonisti). Negli anni ’70 scopre il filone che lo ha consacrato, e cioè il thriller-horror e sforna molti film, non tutti memorabili, con le significative eccezioni di “Non si sevizia un paperino” e della trilogia dei morti viventi comprendente “Zombi 2”, “Paura nella città dei morti viventi” e “L’Aldilà”, veri capolavori visionari e raccapriccianti. Ma disgraziatamente i primi anni ’80 segnano la fine del cinema italiano di genere, massacrato dall’occupazione militare delle sale cinematografiche da parte dei prodotti delle major americane: seguono per Fulci vent’anni di film con budget sempre più irrisori e con cast spesso ridicoli. Il regista si dibatte, si angoscia, soffre per l’ostracismo della critica e per la mancanza di fondi, cerca di rimanere a galla e di portare avanti il suo discorso stilistico. Uno spiraglio sembra aprirsi nel 1995, quando Dario Argento si offre di produrgli “Maschera di cera”, ma la morte, arrivata l’anno dopo, lo coglie in piena lavorazione (il film verrà poi completato da Sergio Stivaletti). Questa piccola antologia di racconti raccoglie spunti, idee, flash onirici e surreali che in alcuni casi sono anche serviti come canovaccio per film (“Voci dal profondo”, per dirne uno) con la verve che contraddistingueva da sempre Fulci, uomo vulcanico e passionale. Ma ciò che più traspare dalla lettura delle storie è un sotteso rancore, che sembra covare sotto le ceneri per divampare a tratti irrefrenabile e virulento. Rancore per il mondo, per i conformismi, per le mode, per le ritualità del sesso, per i diktat di una società che soffoca gli spiriti liberi come Fulci. Qualche stanchezza stilistica qua e là non sfoca il piacere della riscoperta di un autore così vivo e vitale ancora oggi.  

David Frati  (02-02-2004)

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