Se si legge questo romanzo senza conoscerne l'autore, difficilmente si è portati a pensare che dietro ci sia la mano di un sessantenne: troppo vivide le descrizioni dei processi mentali di un adolescente, troppo presenti le emozioni fermate sulla pagina. A meno che non si tratti di un lavoro ai limiti dell'autobiografia, dove il ricordo si intreccia all'invenzione senza soluzione di continuità. In effetti MacLaverty, come il Martin del romanzo, è nato e cresciuto a Belfast, presto orfano di padre, e prima di seguire la sua vocazione letteraria ha lavorato come tecnico di laboratorio presso il dipartimento di anatomia della locale università.
Spostando l'azione di una decina d'anni in avanti rispetto al suo vissuto effettivo, MacLaverty può giocare sul contrasto tra gli eventi sullo sfondo - la musica, la libertà sessuale, la stagione violenta del conflitto in Ulster - e il candore del protagonista, che sotto certi aspetti sembra veramente uscito da un'altra epoca. Condizione di partenza però necessaria, visto che l'emancipazione e l'autonomia nelle proprie scelte sono il traguardo stesso del percorso descritto nel libro. Percorso che si lega anche al dato della classe sociale: Martin è impregnato di educazione e perbenismo piccolo-borghesi, e gli anticorpi del cinismo o del distacco critico maturano gradualmente in lui; tutt'altra sicurezza mostrano almeno in superficie gli amici Kavanagh e Foley, di ben più elevata estrazione - come sottolineato dalla descrizione delle rispettive dimore e dalle diverse prospettive di studi. Loro conoscono già il valore tutto relativo delle regole, ma non è detto che faranno uso migliore di questa consapevolezza.
Il monologo interiore di Martin - le domande continue che si pone e a cui i fatti della vita daranno risposta - è descritto con grande realismo, una soggettiva in terza persona assolutamente coinvolgente; la scuola di anatomia, oltre che un luogo fisico che ospita gli avvenimenti fin troppo fitti della seconda metà del romanzo, è anche una metafora dell'indagine minuziosa che con la penna come bisturi lo scrittore compie nell'animo del protagonista.
Lo stesso realismo si trova nel racconto delle vicende anche crude che accompagnano Martin nella sua crescita. Viceversa, il controcanto dei salottini della madre è surreale, sempre i medesimi ingredienti negli anni: tè, pasticcini e tramezzini, un prete e due signorine invecchiate, una conversazione fatta esclusivamente di luoghi comuni che ricorda certi dialoghi di Wodehouse.
Dunque abbiamo a che fare con l'ennesimo romanzo di formazione, caratterizzato anche lui da ingredienti già noti (scuola, amicizia, amore, sesso) e in più con qualche rilevante discontinuità nei toni? Forse sì, ma così piacevole da leggere - per quanto è pervaso di quell'umorismo agrodolce che è un tratto quasi caratteristico degli scrittori irlandesi -, da farci sospendere ogni giudizio critico basato su tali premesse.
Vittorio Dell'Aiuto
(01-12-2003)
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Le storie non finiscono mai, forse, ma c'è un momento in cui diventano altre. Di altri. E quello è il momento in cui ci si può fermare. E si può raccontarle.]