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Mattatoio n. 5
Slaughterhouse-Five or The Children's Crusade
Kurt Vonnegut 
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Romanzo, Stati Uniti 1969
200 pp.
Prezzo di copertina € 14
Traduzione: Luigi Brioschi
Editore: Feltrinelli , 2003
ISBN 88-07-01637-0


Mattatoio n. 5 non era ristampato in Italia da più di dieci anni
Feltrinelli


Kurt Vonnegut era prigioniero a Dresda nei giorni del bombardamento che fece più morti di Hiroshima. E' sopravvissuto. Ne è uscito con l'intento di scriverne. Ci ha messo quasi venticinque anni e alla fine non ne ha scritto un granché: ci racconta di viaggi nel tempo, di dischi volanti, della vita di un americano medio, della prigionia in uno zoo extraterrestre, della prigionia in Germania nel periodo precedente al bombardamento. Ci ha messo ventitré anni e duecento pagine per arrivare al dunque, nelle due pagine finali. Poi ha scritto il primo capitolo, dove ci spiega perché è andata così.

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Mattatoio n. 5: dall'inferno a Tralfamadore

Furono aperte, qua e là, centinaia di miniere di cadaveri. In principio non puzzavano, erano musei delle cere. Ma poi i corpi cominciarono a corrompersi e liquefarsi, e c'era un odore di iprite e di rose.
Così va la vita.


In Mattatoio n. 5, coerentemente col suo nome, Billy Pilgrim è un pellegrino che viaggia nel tempo, o almeno è convinto di farlo. Billy è uno a cui la vita scorre sopra, l'archetipo di Forrest Gump, il personaggio più indifeso e sprovveduto che si possa concepire, e tuttavia è uno dei pochi che sopravvive ai meccanismi imperscrutabili della guerra e del caso; meccanismi che combinati falcidiano le vite di chi gli sta intorno.
Mattatoio è un apologo anomalo contro la guerra, dove i viaggi nel tempo del protagonista sono il pretesto per un montaggio degli episodi assolutamente frammentario, a scacchiera: un succedersi di flashback e flashforward che ci fa vedere il tempo così come - ed è ben spiegato nel libro - lo vedono gli alieni tralfamadoriani, senza un prima o un dopo, eventi congelati nel sempre come "insetti in un blocco d'ambra."

Quando riporta la nota preghiera "Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso e la saggezza di comprendere sempre la differenza." Vonnegut commenta: "Tra le cose che Billy Pilgrim non poteva cambiare c'erano il passato, il presente e il futuro."
Sembra che si voglia parlare del libero arbitrio, o meglio della sua non esistenza: ogni cosa del passato, presente e futuro più ancora che già scritta semplicemente "è". L'immanenza del destino. Ma questo non è un libro religioso, se non vogliamo contare alcune pagine sulla vita di Gesù, dissacranti al limite del blasfemo. Ogni paragrafo in cui compare la morte (e sono molti), si chiude con l'amen paradossale: "così va la vita". Una decisione presa da qualcuno fa morire centotrentamila persone in una notte, altrove. Così va la vita. Vonnegut toglie ogni possibilità di ratio alle azioni di guerra: non le bolla così come immorali o inutili, ma come arbitrarie e illogiche.

Tra fantasia e autobiografia, l'autore è presente in molte vesti: come narratore (ed esplicitamente nel primo capitolo, che è a cavallo tra l'introduzione e la metafiction pura), come compagno di disavventure di Billy, come Billy stesso, come bizzarro scrittore di fantascienza di modestissimo successo che fornisce a Billy la valvola di sfogo di un dolore esistenziale lungo cinque lustri.
Annullando la prima persona Vonnegut ottiene la voluta assenza di pathos, lo stile che lui stesso definisce "telegrafico", che nella nuda e breve enunciazione dei fatti basta e avanza a rendere le dimensioni dell'orrore vissuto. Con studiato equilibrio fa perno su una vita fin troppo normale, in cui al macigno di ricordi inenarrabili ma rivissuti come un eterno presente deve fare da contrappeso perlomeno un fantastico viaggio nello spazio.


Vittorio Dell'Aiuto  (09-09-2003)

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