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Via da Brooklyn
Heart of the Old Country
Tim McLoughlin 
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Romanzo, Stati Uniti 2001
272 pp.
Prezzo di copertina € 13,50
Traduzione: Lea M. Iandiorio
Editore: Marsilio , 2003
ISBN 88-317-8040-9


Marsilio
MarsilioBlack


Cosa offre la vita a vent'anni se sei un irlandese di Brooklyn rimasto solo con tuo padre, un pensionato falso invalido che arrotonda raccogliendo scommesse nel quartiere? Le alternative sono campare di lavoretti da tassista abusivo per il boss locale, o aprirsi un orizzonte nuovo frequentando il corso di Sociologia della devianza all'università. Continuare a rimandare le nozze con l'eterna fidanzata, pacchiana e appiccicosa, o mettersi a nudo con una nuova conoscenza?
La storia di Mike, delle sue amicizie e dei suoi affetti, si tinge ben presto di giallo: un omicidio efferato, una sparatoria e uno zainetto dal contenuto misterioso renderanno decisamente cruciali le scelte di questo scorcio di fine autunno newyorkese.


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Via da Brooklyn: l'universo è un quartiere di New York

"Del resto, non è rimasto più nessuno di Staten Island. Ora lì c'è solo gente di Brooklyn. Quelli di Staten Island sono tutti nel New Jersey. Ecco cosa dovresti fare: andare dritto nel Jersey."
"E dov'è la gente del Jersey?" chiesi.
"Soprattutto in Pennsylvania."
"Magari dovremmo trasferirci nel Wyoming e aspettare che gli altri ci raggiungano."


Tim McLoughlin non è un giovane esordiente, nel senso che questo è sì il suo primo romanzo, ma lui ha quarantadue anni. Per uno che si è cimentato così tardi con la scrittura deve essere molto bravo o molto furbo, perché Via da Brooklyn è uno di quei romanzi di tale scorrevolezza che si potrebbe definire "orecchiabile", come se si trattasse di un motivo musicale. Ma questo è un aspetto puramente formale; c'è anche che il personaggio di Mike, il protagonista, fa scattare nel lettore - o almeno in un certo tipo di lettore - un inesorabile meccanismo di identificazione, come poteva succedere col giovane Holden Caulfield di Salinger, o leggendo Alta fedeltà di Hornby. Non a caso, siamo di fronte all'ennesimo romanzo di formazione, per quanto condito di ingredienti peculiari che hanno permesso di includerlo in una collana di noir come Marsilio Black.

I dialoghi sono brillanti, a tratti esilaranti, i personaggi che circondano Mike ci sono subito familiari, tutto è molto tridimensionale: sarà perché parole, persone e luoghi entrano spesso in risonanza con gli stereotipi cinematografici che ci portiamo dietro, o perché sono tratteggiati con grande maestria? Probabilmente entrambe le cose, e senza apparente malizia da parte dello scrittore. Via da Brooklyn è coinvolgente perché narrato in prima persona e con la sincerità delle pennellate autobiografiche, e soprattutto grazie alla leggerezza che riscatta anche le situazioni più cupe, appena sfogliata una pagina: leggerezza che sta nello sguardo disincantato ma tutto sommato ingenuo del protagonista, un lieve distacco che gli permette di non avvitarsi nella spirale di un futuro già scritto, pure di fronte a situazioni pericolose, a un regolamento di conti crudele, alla realtà durissima di un cadavere carbonizzato e con gli occhi cavati.

Nel solco dell'autobiografismo newyorkese, la lettura parallela di Underworld di DeLillo rivela molti punti di contatto tra le rispettive voci narranti: il DeLillo/Nick Shay degli anni '50 e il McLoughlin/Mike dei tardi anni '90 (quest'ultima è una datazione approssimativa desunta da alcuni riferimenti musicali, anche se l'odore che emerge dalle pagine è quello degli anni a cavallo tra i '70 e gli '80, quelli vissuti dall'autore ventenne).
In entrambi i casi abbiamo un padre piccolo allibratore, descritto per la sua memoria prodigiosa nel ricordare le scommesse, un quartiere popolare che rappresenta un microcosmo al di fuori del quale tutto è estraneo, ma che negli anni trascolora grazie all'avvicendamento delle etnie migratrici, un orizzonte locale dove il piccolo boss rappresenta un'autorità inarrivabile, salvo scoprire poi che pochi isolati più in là finisce ogni suo dominio, una promiscuità con la malavita che rischia di diventare una consuetudine pigra e pericolosa, se un evento traumatico non proiettasse i protagonisti verso traguardi diversi. Eppure i due libri non potrebbero essere più diversi, il dolore cupo e apocalittico di DeLillo contro l'invincibile ottimismo di McLoughlin: Mike - per così dire - va dove lo porta il cuore, e tutto prende un senso.


Vittorio Dell'Aiuto  (09-09-2003)

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