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Hal Foster è un critico d'arte molto noto che, oltre ad aver frequentato il liceo a Seattle insieme a Bill Gates, ha esordito sulla scena culturale nel 1983 con una serie di saggi in cui si delineò come importante teorizzatore del postmodernismo. Design & Crime (che ricalca volutamente nel titolo l'Ornament and Crime che Adolf Loos scrisse un secolo fa) è a sua volta una raccolta di saggi, dove Foster affronta la morte - presunta - del postmodern e i problemi della contemporaneità.
Il libro è diviso in due sezioni (Architettura e design / Arte e archivio) ciascuna composta da quattro capitoli, originati da articoli apparsi sulla "London Review of Books", su "New Left Review" e su "October". La natura specialistica degli interventi, la corposità dell'apparato delle note e la mancanza di un filo conduttore, a parte l'introduzione che propone una visione strutturale dell'affiancamento di otto articoli, ne fanno una lettura impegnativa - se non faticosa - per chi non è un addetto ai lavori.
Design & Crime: come lo spettacolo uccise l'arte
Fate attenzione a ciò che desiderate, ammonisce una morale del modernismo, perché potrebbe avverarsi, in forma perversa.
Design & Crime è, nelle premesse, un libro ambizioso. Si propone di indicare un campo d'azione per la critica d'arte oggi, dopo aver constatato - anche attraverso percorsi diacronici - quella che l'autore reputa la catastrofe contemporanea, il vicolo cieco in cui si trova non solo la critica ma la produzione artistica stessa. Una condizione anzi post-catastrofica, "del venire-dopo e del continuare-a-vivere", di cui gli eventi dell'undici settembre 2001 sono un corollario pertinente ma non indispensabile (gran parte dei testi sono stati scritti prima di quella data, che corrisponde invece al periodo di assemblamento del libro). Se come appare questo vuole essere un pamphlet o un manifesto, il bersaglio non viene centrato pienamente per una serie di problemi formali, che si possono riassumere nel suo essere una lettura specialistica, quasi elitaria, quando i temi trattati meriterebbero un approccio più divulgativo. La scuola di Foster inquadra il ruolo politico e sociale dell'arte e della critica d'arte, Walter Benjamin è il vero convitato di pietra presente in ogni pagina - che sia nominato o meno: ma nel leggere Benjamin difficilmente si percepisce la stessa fastidiosa sensazione di avere a che fare con una tesi compilativa, dove il collage di citazioni da numerose fonti disparate rende faticoso individuare la voce vera dell'autore.
Lo stesso effetto è amplificato dalla natura di raccolta di articoli propria del saggio: ovviamente le costanti tematiche care a Foster rendono possibile l'individuazione di un filo conduttore, ma quel che si perde è il ragionamento complessivo. Basti ripassare la scaletta del libro.
Nel primo capitolo si parla del libro Nobrow di J.Seabrook, per ripercorrere le vicende della rivista "New Yorker" in quanto epitome del modificarsi dei rapporti tra cultura e marketing.
Il secondo capitolo è incentrato su Life Style di Bruce Mau e S, M, L, XL di Rem Koolhaas, e vi si rileva come il design abbia monopolizzato il campo d'azione culturale grazie al consumismo, marginalizzando le altre discipline; Foster nota poi come si sia passati dal "constructed subject" del postmodernismo all'attuale "designed subject". Nel terzo capitolo si parla - male - di Frank Gehry, soprattutto della sua opera più nota, il museo Guggenheim di Bilbao.
Il quarto capitolo parla - meglio - di Koolhaas (di nuovo lui), e del suo libro Delirious New York, riflettendo sui destini dell'urbanistica nell'era dello shopping globalizzato.
Il quinto capitolo tratta degli archivi, in un'accezione ampia del termine mutuata da Foucault, e studia l'evoluzione del concetto (reificazione o rianimazione dell'arte?) rispetto alla pratica, ai musei e alla storia dell'arte, dal 1850 al 1950: questo attraverso coppie dialettiche, a partire da Baudelaire e Manet per arrivare a Panofsky e Benjamin, passando per Valéry e Proust.
Il sesto capitolo si concentra sulla storia dell'arte, a partire dalla fine del XIX secolo, parlando soprattutto di autonomia e feticismo per andare a colpire la cultura visiva imperante e l'"era del computer": "L'antropomorfismo feticistico dell'immagine accompagna molti discorsi odierni: i computer sono interattivi (non solo amichevolmente), Internet offre l'interconnettività (non solo la comunicazione), e così via".
Nel settimo capitolo si prende spunto da Challenging Art: Artforum 1962/1974 di A.Newman per fotografare lo stato di crisi della critica artistica attraverso la sua storia negli ultimi decenni.
L'ottavo capitolo, che dovrebbe porsi come conclusivo, parte da alcune domande centrali (Adorno e la fine dell'arte, Duchamp e la natura dell'arte, Warhol e l'arte come filosofia) per approdare ad una rassegna di artisti più o meno contemporanei, tra i quali si individuano quelli che possiedono i semi di una risposta all'impasse attuale.
Il succo dell'attacco a Gehry si trova in queste parole: "la grande ironia è che i fan di Gehry tendono a confondere l'arbitrarietà con la libertà, l'autoindulgenza con l'espressione". Il tipo di obiezione che ci si aspetterebbe di fronte a un'opera non figurativa (per dire, da Picasso a Mondrian a Pollock) da parte di qualcuno che sia quanto di più lontano da un critico d'arte.
L'architettura non è arte, non solo. E' una disciplina che si deve sempre e comunque confrontare con un programma, con delle condizioni al contorno determinate dalla realtà fisica, economica, funzionale dello specifico in cui si cala. Liquidare l'opera di Gehry come arbitraria, e criticarla sulla base di un mancato rispetto dell'assunto paleofunzionalista "la forma segua la funzione" è sbrigativo oltreché sbagliato. Abbiamo a che fare con un architetto plasticista più che decostruttivista, e già un profeta del movimento moderno come Le Corbusier si preoccupava di teorizzare i cosiddetti "oggetti a reazione poetica". Nel caso in questione, l'apparente arbitrarietà della forma floreale del museo di Bilbao, che può frastornare ad un primo sguardo superficiale, si chiarisce immediatamente a chiunque si prenda il disturbo di entrare nel museo: l'atrio a tutta altezza rende evidenti i rapporti spaziali tra le parti, oltre ad essere un esplicito omaggio al Guggenheim di Frank Lloyd Wright, e c'è molta più coerenza tra interno ed esterno che nella maggioranza delle opere formalmente più "composte".
Quello che appare chiaro è l'obiettivo della polemica: gli studi visivi, l'immagine, lo spettacolo, la rappresentazione, la mercificazione, cause ed effetti di una marginalizzazione della cultura: in assenza di modelli forti, architettura e design prevalgono su arte e critica. Le accuse lanciate da Foster a tali bersagli, al di là dell'essere questi facilmente funzionali a un sistema capitalistico globalizzato, non convincono. Alla fine ci si trova comunque ricondotti ab ovo: "che cos'è l'arte?".
Vittorio Dell'Aiuto
(20-06-2003)
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Il libro mascherato
Le storie non finiscono mai, forse, ma c'è un momento in cui diventano altre. Di altri. E quello è il momento in cui ci si può fermare. E si può raccontarle.]
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