Minimum Fax
Negli ultimi anni abbiamo conosciuto le pieghe più nascoste della società americana tramite i racconti di almeno due generazioni di narratori; finalmente, ora, cinque racconti che fanno una radiografia dell'Italia odierna, rivelandoci la lacerazione interna di molte anime incapaci di coesistere.
L'esordio letterario di Ernesto Aloia ci presenta storie accomunate da una certa simmetria: un paio di coppie in crisi, lavori a cavallo tra l'industria culturale e le nuove tecnologie, una persona del passato, un evento chiave che catalizza e precipita quegli elementi inconciliabili che si legano in apparenza solo finché dura l'illusione che bisogna comunque tirare avanti.
Non sono ingredienti rivoluzionari, eppure ogni racconto ha una sua spiccata identità, e si lega agli altri per un retrogusto meno evidente, un mood che trasmigra procedendo da un io narrante al successivo.
Sono storie che colpiscono, e sono scritte molto bene.
Chi si ricorda di Peter Szoke?: l'incolmabile distanza tra presente e passato
Svoltato il primo angolo si fermeranno ad ascoltare e alle loro spalle il silenzio crescerà vasto e indeterminato come un senso di colpa. Allora li prenderà il panico e vorranno gridare.
Peter Szoke è un tennista ungherese che giocò in coppa Davis dal 1967 al 1983. Qualcuno lo ricordava? Io no di certo, e senza l'ausilio di una ricerca su internet non ne avrei saputo di più.
Chiariamo subito che il tennis non è certo un tema importante per i racconti di Aloia; lo sono invece, indirettamente, gli anni di attività del tennista, che per uno nato - come l'autore - nel 1965 sono quelli dell'infanzia e della formazione, fino alla maggiore età. Tra quegli anni e il presente (il nuovo secolo/millennio, e quel che rappresenta in termini di ineluttabile modernità) c'è una distanza che è anche un vuoto.
Il tema centrale dei cinque racconti è tutto lì: l'incapacità di colmare il baratro che separa il presente dal nostro passato, individuale e collettivo, di nazione. Come se invece di crescere gradualmente fossimo lievitati di colpo, e bastasse un'apertura accidentale dello sportello del forno per farci afflosciare altrettanto repentinamente.
L'apertura dello sportello, fuor di metafora, è il consueto espediente narrativo della forma racconto: una persona, un incontro, un evento, che improvvisamente alterano la cristallizzazione dei rituali quotidiani, unica protezione rimasta a mascherare un disagio profondo, una paradossale solitudine collettiva. Messi a confronto con la parte brutta del passato (la guerra e la paura, gli amici d'infanzia predestinati alla morte, all'emarginazione, alla follia) ci rendiamo conto di girare a vuoto, e non abbiamo modo di reagire razionalmente all'agnizione, per riflesso, di noi stessi: possiamo solo aver voglia di gridare, di compiere atti insensati, di deviare per un po' dal copione scritto.
"Scivolare via rapidi sulla superficie delle cose, dei fatti, prima che la crosta si spezzi e il caos ci inghiotta. Io faccio così, o almeno ci provo. E stamattina va bene. In attesa dell'ora pronobis un giorno ancora va bene. E chi spera di più è pazzo."
Il valore dell'opera di Aloia non sta tanto nel raccontarci queste cose (lo hanno fatto in molti, forse troppi), ma nel come ce le racconta: la ricchezza descrittiva con cui fotografa scorci rappresentativi dell'Italia del duemila rende evidente di come non si tratti di un mero fondale per le vicende di incomunicabilità dei protagonisti; a volte è anzi lo sfondo che ruba loro la scena. Abbiamo insomma un libro che è anche, in maniera lieve e mai didascalica, di satira sociale.
"Tra gli uomini ingiaccati dietro a una profusione di bottoni e le cravatte tozze come lingue di pitbull e le donne con le zeppe da astronauta, Sandro vide diverse facce note e le salutò - con un cenno della mano e una tensione delle labbra - mentre fiutava la stanza in cerca d'alcol."
L'efficacia corrosiva è indubbiamente legata al fatto che l'autore ci descrive un mondo che conosce bene: ricercatori e professori universitari (che casomai arrotondano legando le loro fortune ai saliscendi del NASDAQ), produttori di GPS che si perdono regolarmente, letterati riconvertiti al multimediale (irresistibile il mestiere di "elaboratore parafrastico", riciclatore di vecchie dispense per nuovi fascicoli e CD-ROM), fino al redattore dell'infima casa editrice che vara un concorso per approfittarsi di tutti quelli, milioni, col romanzo nel cassetto.
L'alchimia che riesce ad amalgamare felicemente tutti questi ingredienti si fonda sul linguaggio usato con sapienza e precisione da Aloia: la compostezza e profondità narrativa dei classici italiani del dopoguerra, e senza soluzione di continuità gli sprazzi visionari ed allucinati dei contemporanei più acidi. Non è facile, ma funziona.
Vittorio Dell'Aiuto
(30-05-2003)
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Il libro mascherato
Le storie non finiscono mai, forse, ma c'è un momento in cui diventano altre. Di altri. E quello è il momento in cui ci si può fermare. E si può raccontarle.]
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