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Il cinema di Jules Dassin. Hollywood-Parigi-Atene
Il cinema di Jules Dassin. Hollywood-Parigi-Atene: la prima pubblicazione in italia sull'intero percorso filmografico del regista.
AA.VV. 
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Saggio, Italia 2003
144 pp.
Prezzo di copertina € 13
Editore: Barbieri , 2003
ISBN 88 - 86187 - 95 - 5


europecinefestival.org

La più grande arte di Dassin è la sua stessa vita e la sua personalità. Un modello di coerenza ideologica: morale, ma anche di grande umiltà, visto che non ha mai né preteso né accettato ciò che a buon diritto avrebbe meritato. E' una fortuna per la Grecia avere un tale amico, più greco dei greci in quanto dotato dell'integrità e delle virtù dei classici: senso della misura e concezione antropocentrica del mondo.

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Il cinema di Jules Dassin: Icaro o Caino?

L'amore di Dassin per il mondo greco non è mai disgiunto da un vigile controllo razionale, dal tentativo di rintracciare nel mito classico, nella dimensione arcaica di una realtà che è anche un paesaggio per così dire ideale, le ragioni più profonde dei suoi interessi intellettuali, quelli che ne motivano e giustificano in definitiva la riformulazione in un diverso contesto culturale (il mondo cristiano, la dialettica natura-cultura).

Salutiamo con estremo piacere questa raccolta di saggi sul regista americano di origini israeliane - la quale va ad integrare la preziosa rassegna tenutasi quest'anno al Festival del Cinema Europeo di Lecce - il cui 'periodo europeo' non aveva mai trovato nel nostro paese occasione d'analisi, giacché l'unica monografia a lui dedicata risaliva al 1961. Vittima 'illustre' del maccartismo a causa delle istanze documentaristico-neorealiste dei suoi disincantati noir ("Forza bruta", "La città nuda"), questo cosmopolita trovò occasioni di successo dapprima in Francia ("Rififi", ancora un noir epocale), quindi - dopo aver impalmato una figura 'prismatica' ed influente quale Melina Mercouri - firmò in Grecia alcuni dei suoi migliori film ("Mai di domenica" - che lanciò il 'rebetiko' nel mondo - "Fedra"). Autore amaro, a suo modo anarchico, ossessionato dall'aggressività umana, Dassin trova nella seconda parte della propria carriera un 'paesaggio ideale' nella comunanza con la Tragedia e il mito classico e si riscopre umanista, capace di compassione. È proprio il lirismo 'altro' di questo mutaforma a risaltare con massiccia evidenza dai sei saggi (due dei quali scritti dieci anni or sono da autori greci, in occasione del Festival di Salonicco) contenuti nel volume. Senza limitarsi alle questioni geografiche, viene finalmente alla luce la coerenza espressiva del regista novantaduenne: il suo 'cinema nudo' resta - ai nostri giorni - come esempio massimo di curiosità (ma soprattutto malleabilità) artistica, panacea ideale contro il monopolio delle immagini ad opera dell'Occidente.

Domenico Vitucci  (22-05-2003)

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