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Buskashì
Buskashì- Viaggio dentro la guerra
Gino Strada 
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Saggio, Italia 2002
180 pp.
Prezzo di copertina € 12
Editore: Feltrinelli , 2002
ISBN 88-07-17069-8


Feltrinelli

Il viaggio da Milano a Kabul di Gino Strada e del suo gruppo di soccorso, a seguito dell'attentato dell'11 settembre, per riaprire l'ospedale di Emergency, chiuso nel maggio del 2001 per via di un bombardamento da parte della milizia talebana. Mentre tutte le associazioni umanitarie si apprestano a lasciare il paese Gino, Kate e Youssuf intraprendono, con i mezzi più disparati, un viaggio avventuroso e non privo di pericoli. Dal Pakistan arriveranno a Kabul a cavallo attraversando le montagne del Panshir con addosso i vestiti di una comune famiglia afgana.
L'ospedale sarà riaperto, e poi arriveranno anche Vauro, Giulietto Chiesa, Maso Notarianni e tutto il presidio di Emergency. Saranno gli unici occidentali presenti nella capitale afgana il giorno della liberazione.


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Buskashì: da Milano a Kabul

E' lui, Platone, ad attribuire al sofista Trasimaco la seguente frase: "Il giusto non è altro che l'utile del più forte".
E' stata scritta venticinque secoli fa.
Se capisco bene, Trasimaco vuol dire che tutto quello che viene presentato come assoluto, il "giusto"-ma potrebbe essere anche la "verità" o la "libertà" o la "democrazia"- non è quella cosa perfetta, immutabile, indiscutibile.
Trasimaco sostiene, al contrario, che il giusto e la giustizia sono soltanto l'applicazione della legge dettata dai vincitori di turno -è proprio vero, quando mai le leggi le hanno fatte gli sconfitti?- e che quelle leggi fatte "dal più forte" finiranno inevitabilmente per servire i suoi interessi.
Cosa c'entra con la guerra? Molto.


Il buskashì è un gioco molto popolare in Afganistan: due squadre di cavalieri si contendono, senza regole precise, la testa di una capra decapitata. Questa sarà il trofeo del più forte, quello che resta al termine della lotta. Con questa metafora l'autore descrive il tragico gioco per la conquista del territorio afgano: una gara violenta, inutile e senza alcun senso morale, che ha dato la morte a cinque milioni di civili.
Questo libro racconta l'orrore, l'assurdità e l'insensatezza di qualsiasi guerra, vista da vicino, vissuta con gli occhi di chi non la immagina, non la interpreta, ma è lì a portare il proprio indispensabile aiuto umanitario, senza il bisogno di una bandiera. Nell'ospedale di Kabul arriva di tutto, uomini, donne e quei bambini che hanno scambiato le mine con quei sacchetti gialli che contengono i biscotti lanciati dagli aerei di soccorso, o che sono stati raggiunti dalle schegge mentre scorrazzavano per i bazar. A che famiglia appartengono queste vittime? Sono talebani o mujaiddin? Non è importante, non c'è differenza tra guerra e guerra, quello che importa è che sul suolo afgano ci sono bombe che piovono dal cielo da più di vent'anni, c'è gente che soffre e muore senza capire il perché, e questa è una responsabilità collettiva.
In appendice, la famosa Dichiarazione dei Diritti Umani, firmata da quasi tutti i gli stati del mondo, ma osservata da pochissimi. Una carta da rileggere e divulgare, soprattutto in questo momento.


C.A. C.  (25-03-2003)

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