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Il cinema di David Lynch
Il cinema di David Lynch
Roy Menarini 
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Saggio, Italia 2002
160 pp.
Prezzo di copertina € 14
Editore: Falsopiano , 2002
ISBN 88 - 87011 - 45 -1


Falsopiano

L'opera di David Lynch, da Velluto blu a Twin Peaks, da Strade perdute a Mulholland Drive, è oggetto di culto per molti appassionati. Il libro ripercorre la carriera di questo poliedrico artista sottolineando gli aspetti tematici e stilistici che caratterizzano da sempre il suo mondo poetico.

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Il cinema di David Lynch: il James Stewart di Marte non ama il supermarket

Nell'idea di molti critici, Lynch è un regista di grande talento, impegnato chissà perché a dare forma a immagini squallide e soggetti miserevoli, in una sorta di puro compiacimento sadico dell'irrapresentabile. In verità, se c'è un regista che procede per intuizioni e catene logiche astratte, dettate di volta in volta da elementi della quotidianità percepiti come ambigui e ricollocati in un immaginario perturbante e ostico, questo è Lynch, il cui interesse verso il repellente sembra assai meno lampante.

E' piacevole avere a che fare con persone intelligenti come Roy Menarini. Di fronte al proposito di realizzare l'ennesimo saggio sull'irriducibile David Lynch, è lui stesso ad introdursi con l'immancabile quesito: "C'era proprio bisogno di un altro libro su Lynch? Basterebbe nominare gli ultimi film per giustificare un aggiornamento che - rinunciando all'impianto cronologico e all'informazione 'basic' - dia per acquisite alcune certezze critiche e ri-ragioni sui singoli film e i legami che li uniscono." Di fronte ad un auteur così prismatico c'è sempre infatti la possibilità che un numero anche cospicuo di interpretazioni siano state - a tutt'oggi - clamorosamente accantonate. Ipotesi ampiamente confermata dal trasporto con cui Menarini dipinge un Lynch tutto sommato 'dal volto nuovo': dissimulatore di Hitchcock, autore del dormiveglia ma anche del 'guardare con intensità', regista dell'iperrealismo 'modificato', meno vicino di quanto sembri al surrealismo (e lontano anni miglia da certi colleghi, i cosiddetti 'surrealisti da supermarket'), pittore 'organico' che medita sul figurativo popolare (l'America standard degli Anni Cinquanta) riplasmandolo in uno stato puramente mentale (i "luoghi psichici"), umorista che fonde un po' brechtianamente suspence e gag (succose le analisi che lo pongono in relazione con Beckett e il suo rapporto con il comico keatoniano), erroneamente considerato vicino al fantastico e invece davvero 'sposato' al noir per le sue "esagerazioni testuali". Intuitivo, spesso accademico, a volte inconcludente, Menarini ci regala un saggio che ha il solo demerito di prendersi troppo alla lettera: troppo breve e allusivo, finisce per assumere veramente la forma di un testo aggiuntivo ai mille che lo hanno preceduto. Ultima segnalazione: l'instant-book, Il cinema di David Lynch è l'unico saggio sul regista del Montana che ne tratti anche la produzione sul web ("Dumbland", realizzato in Flash) e si corredi di una lunga antologia critica nonchè di alcune foto mai arrivate da noi.

Domenico Vitucci  (10-02-2003)

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