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Il gioco preferito
The favorite game
Leonard Cohen 
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Romanzo, Canada 1963
290 pp.
Prezzo di copertina € 16
Traduzione: Chiara Vatteroni
Editore: Fazi , 2002
ISBN 88-8112-358-4


Fazi

Nel suo esordio letterario Leonard Cohen, scrittore (soprattutto poeta e narratore) tra i più importanti songwriter della storia del rock'n'roll, trasforma un romanzo di formazione in un sottile addio autobiografico.

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Il gioco preferito: autoritratto del poeta da giovane

Dai sette agli undici anni è un bel pezzo di vita, pieno di ottusità e oblio. Si favoleggia che lentamente abbiamo perso il dono di saper parlare con gli animali, che gli uccelli non vengano più a visitare i nostri davanzali per chiacchierare. Man mano i nostri occhi si abituano alla vista, si corazzano contro lo stupore. Fiori di un tempo grandi come pini tornano ai vasi di terracotta. Anche il terrore diminuisce. I giganti e le gigantesse della stanza dei bambini rimpiccioliscono a insegnanti acide e padri umani.

Ha detto Leonard Cohen, un anno prima che Il gioco preferito vedesse la luce, nell'ottobre 1962: "Abbiamo tutti molte immagini di noi stessi. E' sempre una sorpresa vedere quale assumiamo". E' attorno a questa semplice deduzione che sembra ruotare il suo esordio nel mondo della prosa. Il suo volto di bambino è solo pulviscolo nella neve esattamente come quello di Lawrence Breavman, il protagonista, in cui non è difficile, anzi, riconoscere lo stesso Leonard Cohen. E' ovvio che il riferimento comune più esplicito è la morte del padre che conferisce ad entrambi un'aura particolare, ma è soprattutto il rincorrere la vita (attraverso la poesia, l'alcool, l'amore, il sesso), inseguendo un'innocenza che, testimone il tempo, sta inesorabilmente sfumando. C'è un verso di una delle più belle canzoni di Leonard Cohen, Hallelujah (e basta ricordare le versioni di John Cale o di Jeff Buckley) che rende benissimo il senso e l'atmosfera di tutto il libro: "Ho fatto del mio meglio; non era molto./Non sapevo percepire e così ho imparato a toccare". Ecco: Il gioco preferito accarezza veramente quel momento crepuscolare in cui sogni e realtà (di qualsiasi età essi siano) tendono a sfumarsi gli uni negli altri, e ha tutte le ragioni Michael Ondaatje (citato nella bella postfazione di Simone Barillari) quando definisce questo romanzo un lungo poema in forma di prosa. Del resto, lo dice lo stesso, tormentato Lawrence Breavman alias Leonard Cohen: "La poesia è una cosa sporca, cruenta, rovente che all'inizio deve essere afferrata a mani nude" e quindi toccante è la definizione più logica, per questo romanzo di quarant'anni fa.

Marco Denti  (13-01-2003)

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