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Un gioco da ragazzi
Un gioco da ragazzi
Ruggero Marinello 
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Romanzo, Italia 2002
62 pp.
Prezzo di copertina € 7,50
Editore: Selene , 2002
ISBN


Selene

Una piccola città alle porte di Milano: Melegnano. Un trentennio di cambiamenti e di conquiste, 1960-1990, ma anche il periodo oscuro durante il quale molti giovani finiscono nel tunnel della droga. Il libro di Marinello ripercorre le vicende di alcuni di quei ragazzi, attraverso il racconto di amicizie, sentimenti, passioni, in una cronaca amara ma giusta, necessaria, radicale, che permette di capire, inaugurando ancora nuovi interrogativi.

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Un gioco da ragazzi: cronaca di un viaggio senza ritorno

C'è qualcosa in più della perdita, della morte, in fondo, in questo "gioco da ragazzi", ed è forse il vero monito che si nasconde tra le pagine che qui vanno finendo. SI sente la comprensione di chi vuole andare oltre al dolore per la perdita di un figlio, un fratello, un parente o un amico, comunque un dolore difficile, se non proprio impossibile da lenire proprio per l'assurdità che l'ha generato.
Dalla postfazione


Arriva Un gioco da ragazzi di Ruggero Marinello, documento umano di grande verità, un libro da leggere e conoscere, per comprendere un aspetto importante del nostro tempo e penetrare il dramma di chi ha attraversato la difficile esperienza della tossicodipendenza, riuscendo poi a venirne fuori e a raccontarlo, facendo della propria storia una lucida e preziosa testimonianza.
Chi non ha avuto un amico, un parente, un fratello, un fidanzato che in qualche modo ha convissuto con la dolorosa esperienza della droga? Chi non ha dovuto confrontarsi, anche da lontano, con le problematiche della perdita di sé e della discesa nel limbo della dipendenza? Intere generazioni hanno percorso la stessa strada, finendo per perdersi in quel vasto territorio d'ombra dal quale, purtroppo, molta gente è finita per non tornare, per non poter raccontare la sua triste avventura.
Ruggero Marinello narra le vicende di chi ha cercato nella droga una realtà diversa, di chi non capiva l'orrore dentro il quale stava per sprofondare, e la sua è una voce pura, una voce dentro cui non c'è falsità e compiacimento, ma solo bisogno di confessione e di commemorazione.
"Tra l'altro" - scrive - "nei miei ricordi, c'è un amico, di estrazione politica diametralmente opposta alla mia, con cui uscivo tutte le sere, senza che ciò creasse disturbo né a me né a lui; anche perché nel giro di pochissimo tempo, finimmo per ritrovarci entrambi sulla stessa barca, una barca dove la politica non contò più nulla e furono ben altri i dolori e i disastri in comune. Alla fine, fu proprio la droga a unirci e, nello stesso tempo, a disintegrare le passioni, le illusioni, le speranze, politiche e non".
Ci si chiede, dunque, cosa rappresentò la droga per i giovani di quell'epoca, cosa videro nelle sue promesse di evasione dal reale, quale paradiso artificiale che li difendesse dalle insicurezze del vivere. La risposta è immediata, e arriva qualche pagina dopo: "Era semmai lo stesso desiderio, impulso di ritagliarsi uno spazio, lo stesso sintomo di disagio, e così, di sera, poteva capitare di vedere i cinesi con l'eskimo e i jeans sbiaditi e i fasci con maglia nera girocollo, banda tricolore e anfibi comodamente seduti, a pochi metri di distanza a fumare uno spinello, senza che questo creasse grossi problemi a nessuno. In fondo, stiamo parlando di ragazzi che avevano sedici, diciassette, diciotto anni o poco più. Ragazzi che erano nati e cresciuti a Melegnano, ragazzi che magari abitavano nello stesso palazzo, che avevano amici in comune e che fino a qualche anno prima giocavano a pallone insieme".
Un gioco da ragazzi è un davvero bel libro, uno di quei rari testi che lasciano un segno in chi legge. Un libro che restituisce la vita, i suoi bisogni, i suoi sogni, i suoi terribili punti di non ritorno. L'affresco di tutto un periodo della nostra storia e di un'epoca di grandi trasformazioni. Un libro che dovrebbero leggere gli adolescenti, per capire quel luogo di non-ritorno chiamato droga e avere dalla loro parte la difesa di qualche consapevolezza in più.


Luigi La Rosa  (09-01-2003)

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