Bollati Boringhieri
Con inesorabile precisione e passione di verità, Jean Améry registra le disfatte dello spirito a Auschwitz, a cominciare dalla peculiare inferiorità nella quale, nel lager, vengono a trovarsi gli intellettuali come lui.
Intellettuale a Auschwitz: memoria del futuro
Ci siamo abituati. Abbiamo avuto modo di osservare come la parola si sia fatta carne e come la parola fattasi carne si sia tramutata, infine, in cadaveri ammucchiati. Ancora una volta si scherza con fuoco, quel fuoco che costrinse tanti a passare per il camino. Io dò l'allarme.
E' difficile aggiungere qualcosa in più alla definizione di Claudio Magris: "un'analisi lucidissima, tranquilla nella sua completa assenza di speranza, della sconfitta di Auschwitz; è un tenace catasto di molte sconfitte". La condizione di Intellettuale ad Auschwitz, luogo dove la sopravvivenza è legata al caso e alla resistenza fisica, è già una tortura e Jean Améry la ripercorre sulla propria pelle, incapace di rinunciare alla propria essenza. La verità, così come la racconta qui, è però che Auschwitz oltre all'habeas corpus ha soppresso anche il diritto all'anima e ha trasformato tutto in un meccanico ripetere di gesti inutili, un'abulia di sensi e una mortificazione che era ed è soltanto l'anticamera della fine. Non è solo un diario di prigionia: è una vera e propria ricostruzione delle "perdite di terreno", come le chiama Jean Améry, dell'annichilimento, del sistematico ridurre a nulla le parole, le idee, i sentimenti, persino le più normali consuetudini igieniche o alimentari.
Un documento impressionante per cui vale la considerazione di Jean Améry: "Continuo a pensare che sarebbe forse necessario introdurre determinati libri su Auschwitz come letture d'obbligo nelle classi superiori delle scuole secondarie e che più in generale, sarebbe doveroso usare meno riguardi nell'affrontare a livello politico la storia dello spirito". Doloroso, per niente accomodante e, quindi, molto educativo.
Marco Denti
(03-12-2002)
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