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Cera e oro
Cera e oro
Mauro Curradi 
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Romanzo, Italia 1993
400 pp.
Prezzo di copertina € 15,50
Editore: Meridiano Zero , 2002
ISBN 88/8237/045/3


Catalogo MeridianoZero

Siamo negli anni tra il 60 ed il 70. Il professore di cultura e lingua italiana Michele Serpegna si trasferisce dalla noiosa Svezia presso l'università di Addis Abeba. Si inserisce nell'ovattato ambiente accademico e diplomatico che però sembra essere scosso dal delicato momento politico che l'Etiopia sta vivendo: una protesta studentesca che, sulla scia del sessantotto europeo, potrebbe aprire la strada ad una rivoluzione contro il sistema feudale, su cui si reggeva il paese, e la figura, ormai anacronistica, dell'Imperatore Ras Tafari, Haile Selassie.
Michele, durante la sua permanenza, entrerà in contatto con una cultura completamente diversa dalla propria e vivrà da vicino una pagina di storia, scoprendo anche qualcosa di se stesso.


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Cera e oro: dimenticare l'Etiopia

Se un giorno l'Europa abbandonerà l'Africa, sarà per le stesse ragioni per cui gli inglesi abbandonarono l'India: speravano che non ce la facesse. L'Africa non ce l'avrebbe fatta.

Ecco un'esperienza "nuova e diversa" della narrativa italiana, o meglio alternativa, nel senso più appropriato del termine. Cera e oro è certamente un romanzo che mancava nel nostro panorama letterario. Un intellettuale italiano nell'Etiopia degli anni settanta arriva senza sapere niente di cosa lo spinge fin là, senza un vero perché. Con sé ha solo i ricordi di un passato vissuto nei suoi sogni di ragazzo, costruiti ed alimentati da una bieca propaganda politica che aveva creato null'altro che fascinazione, poi smentita brutalmente dalla realtà. Michele, annoiato dalla Svezia, è in fuga: proprio come gli altri ferengi (termine che definisce gli stranieri di razza bianca) che compongono l'entourage accademico dell'Università di Addis Abeba, fugge da qualcosa di certo verso una realtà che non ha alcuna fretta di scoprire.
La prosa di Curradi, raffinata e costellata di lampi violentemente evocativi, trasmette immediatamente un senso di abbandono e di deriva. Introduce un viaggio interiore che sarà svolto non con la coerenza di chi ne vuole fare l'asse portante del racconto; il percorso alla scoperta di sé sembra quasi la conseguenza di un modo di narrare: per pensieri, per sensazioni; quasi che le emozioni, i ricordi, le associazioni mentali dei personaggi sono la lente attraverso cui il lettore osserva l'azione.
Proprio ai ferengi sono dedicate le prime pagine, nelle quali vengono tracciate le linee di un romanzo di ambiente decadente, fatto di "stranieri", borghesi sradicati e alieni al dramma di una terra alla quale rimarranno estranei. Colpevoli per il loro presente di inadeguatezza e per il loro passato di colonizzatori, per la loro indifferenza alla fame.
Michele si accorge subito di non essere un ferengi, termine che dopo tutto era usato per definire gente amica e diversa, ma un vero e proprio straniero: tutto quello che trova è "nello spettacolo che una strada africana offriva dal finestrino di una macchina. Capiva allora che della miseria non si capisce niente, che viverci in mezzo non insegna niente, che chi vuole può salvarsi l'anima al prezzo di una guerra tra poveri, che i poveri non capiscono e non vogliono perché la storia è troppo al di sopra di loro e delle loro povere storie.". E' l'Etiopia, un insieme di centinaia di migliaia di povere, poverissime storie, il vero protagonista del libro.
Curradi mostra questa realtà attraverso una serie di immagini veloci, brucianti: flash d'Africa come istantanee. E poi con improvvisi quadri di desolazione, di buio, di nero che sembrano rimandare ad un particolare stato dell'anima, come paesaggi metafisici. L'Etiopia è un paese avvinghiato ad un permanente stato di minorità: non riesce ad essere libera, è incapace di sopravvivere a se stessa, aspetta solo un altro dominatore, un altro padrone cui obbedire e da cui dipendere. Le forze dell'emancipazione, represse e sconfitte dalle forze reazionarie, sono quelle della cultura, dell'affrancamento dalla schiavitù dell'ignoranza e della superstizione.
Michele vive una pagina cruciale della storia etiope: la contestazione studentesca (sulla scia del sessantotto europeo), una rivoluzione che assomiglia più ad un golpe, la destituzione di un sovrano assoluto che, da solo, poteva rappresentare un popolo e con cui, da solo, il popolo si identificava. "Abituata a vedere il potere politico incarnato in una sola persona, la gente dei villaggi credeva che Derg - la coalizione di militari che il 12 settembre 1974 depone il Negus e prende il potere ndr - fosse il nome di un uomo. Derg, dissero, ha ammazzato il suo padre. Da allora il mondo dimenticò l'Etiopia.". L'isolamento internazionale di una nazione cristiana in Africa sarebbe stato allora completo.
Ed è proprio l'oblio la chiave del romanzo e della storia di questo paese: un popolo, una terra dimenticati. E' questo il valore dell'opera di Curradi: riportare alla dovuta attenzione una pagina di storia negletta, dimenticata soprattutto da un'Italia, esattamente come i protagonisti del libro, sopraffatta dai sensi di colpa di fronte all'impossibilità o all'inutilità di un atteggiamento politicamente corretto. Dimenticare l'Etiopia è l'unica soluzione.
Se proprio si volesse andare fino in fondo, si potrebbe dire che il romanzo, certamente di grande pregio, soffre di un limite di impatto emotivo: la sua algida eleganza rappresenta un freno alla sua capacità di suscitare emozioni. Anche le vicende dei personaggi sono troppo interiori, interiorizzate: l'emozione stessa del viaggio di Michele, che lo porterà a scoprire tanto di sé, è troppo mentale, sfumata.
Cera e oro rappresenta probabilmente il momento di passaggio fra quelli che Curradi stesso definisce i suoi due periodi: il primo di analisi del mondo borghese (con "Gli ermellini", "Città dentro le mura", e "Schiaccia il serpente"), il secondo di ricerca delle culture diverse (con "Via da me" e lo stesso "Cera e oro").
Un'operazione editoriale davvero meritoria, questa di MeridianoZero, che ci ha restituito un piccolo patrimonio della narrativa italiana: un tassello che non poteva e non doveva mancare. Per non dimenticare.


Simone Veritiero  (24-07-2002)

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