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Metafisica dei tubi
Métaphysique des tubes
Amélie Nothomb 
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Romanzo, Belgio 2000
121 pp.
Prezzo di copertina € 10,35
Traduzione: Patrizia Galeone
Editore: Voland , 2002
ISBN 88-86586-85-X


Voland

In principio era il tubo. Amélie Nothomb trasforma l'autobiografia in cosmogonia (e viceversa). Così il tubo è usato come immagine della perfetta autosufficienza e compiutezza, dell'ente supremo che come si dice "pensa a se stesso pensante". E' la forma cilindrica che comprende la sua intera natura tra un buco d'entrata e uno d'uscita, che si trasforma in un neonato assolutamente inerte nella sua soddisfazione, tanto da essere chiamato "la Pianta" dai pur premurosi genitori.
All'età di due anni "la Pianta" si sveglia, perfettamente capace di intendere e soprattutto di volere, e come un marziano appena atterrato va alla scoperta del pianeta della sua condizione terrena: figlia di diplomatici belgi residenti in Giappone, in un universo popolato da una sorella, un fratello e un amichetto, un giardino e due governanti giapponesi, le personificazioni stereotipate della bontà e della cattiveria rispettivamente.
Il percorso conoscitivo si conclude con un rifiuto, un evento traumatico deliberato e a suo modo comunque definitivo.


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Metafisica dei tubi: la formazione dell'ego in quindici capitoli

A volte mi chiedo se non sia stato tutto un sogno, se questa avventura fondante non sia frutto della mia immaginazione. Allora vado a guardarmi allo specchio e vedo, sulla tempia sinistra, una cicatrice di un'eloquenza ammirevole.
In seguito non è successo più niente.


Metafisica dei tubi si potrebbe definire un romanzo di formazione stenografico: tutta la vicenda, dopo la premessa metafisica, si svolge in meno di un anno. In quei mesi la protagonista fa la conoscenza per la prima volta con le cose del mondo, provando la vertigine data da una sorta di verginità rispetto a eventi come il succedersi delle stagioni, di cui non coglie la natura ciclica, o al semplice degustare la cioccolata.
Lo spunto iniziale è quello risaputo del bambino piccolo dio o piccolo despota, che si voglia abbracciare la versione metaforica o quella psicologica; a questo si unisce il dato antropologico fornito dall'ambientazione giapponese, dove effettivamente l'infante è considerato una minuscola divinità fino all'età di tre anni, salvo poi essere irreggimentato in un rigido, quasi spietato sistema educativo.
Il passaggio di condizione tra le due età equivale ad una cacciata dall'eden, e non a caso il giardino fa da scenografia principale per i primi ricordi dell'autrice, attaccata in modo quasi morboso al Giappone della sua infanzia.
Tratto stilistico tipico in questo breve romanzo è l'alternanza di corpose (a volte pompose) metafore e di paradossi umoristici, che non vanno però ad alleggerire il tono delle prime quanto a sommarsi loro per semplice accostamento, risultando in una galleria di pensieri e aneddoti eterogenei. Questa specie di ostentata indifferenza per la coerenza interna affatica il lettore: si percepisce l'autocompiacimento nell'elucubrazione, un persisente retrogusto di supponenza.
Separati, gli ingredienti funzionavano meglio: ad esempio il lavoro barocco di cesello che lasciava comunque colpiti nel romanzo d'esordio Igiene dell'assassino, o l'assurdità spesso esilarante delle situazioni narrate in Stupore e tremori, che portava in fondo ad immedesimarsi nella testardaggine autolesionistica della protagonista.
In Metafisica dei tubi, per quanto si guardi il mondo attraverso i suoi occhi, non riesce di condividere alcuna pulsione o non-pulsione del Tubo, della Pianta, dell'autrice in veste di divinità imbronciata; che resta, in ogni sua incarnazione, di inesorabile antipatia.
Per gli estimatori della scrittrice belga, è comunque un'occasione per meglio comprendere l'itinerario di una personalità senza dubbio complessa.


Vittorio Dell'Aiuto  (04-07-2002)

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