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Tempo perso
Tempo perso
Bruno Arpaia 
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Romanzo, Italia 1997
224 pp.
Prezzo di copertina Lit. 25000
Editore: Marco Tropea , 1997
ISBN




Tempo Perso è la storia di una tragedia collettiva e di una personale. La lotta dei minatori asturiani nel 1934 contro il governo di destra e per molte rivoluzioni, tante quante la anime mai pacificate del movimento comunista internazionale. Tentativo insurrezionale represso nel sangue, con la ovvia connivenza del fascismo trionfante ma anche nell'indifferenza colpevole delle nazioni democratiche. Una miniatura di quella che sarà la guerra civile spagnola.
Questo scenario è attraversato da un ragazzo di sedici anni, che con l'incosciente generosità di chi non è ancora stato contaminato dalla logica dell'opportunità, si trova a lottare e a sacrificarsi come un uomo fatto. E condannato a scoprire anzitempo la crudeltà dell'uomo quando si accanisce contro un proprio simile. A toccare con mano la sconfitta e l'impotenza che nelle vite più fortunate è pena rinviata alla vecchiaia. A scoprire il coraggio che accompagna chi ha un sogno da realizzare, chi spera (o si illude) di costruire un mondo migliore.
L'autore costruisce il percorso narrativo usando l'artifizio di un giovane storico che nel Messico di oggi rintraccia un testimone della vicenda che vuole ricostruire: gli ultimi giorni del grande filosofo tedesco Walter Benjamin, morto suicida nel 1940 in una località di confine tra Francia e Spagna. Il testimone è Laureano, quel giovane protagonista della lotta a Oviedo e Gijon, esule da allora e ansioso di raccontare innanzi tutto la sua storia e poi quella degli invisibili e sconfitti come lui. Per non dimenticare, anche se probabilmente è tutto, inutile, tempo perso.


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Tempo Perso: la storia di una tragedia collettiva e di una personale

"così, senza nemmeno accorgermene, imparai: al mondo esistevamo noi e loro, non eravamo mica tutti sulla stessa barca come si dice adesso"

Un libro minore, a prima vista. Una vicenda che evoca il dottor Zivago, con tutti gli ingredienti di un romanzo storico che segna un'epoca, ma con un respiro diverso.
E' una vicenda esistenziale che riassume la fatica di diventare uomo, con le luci e le ombre che ci accompagnano quando siamo costretti a "debuttare in società". Ma la le sfumature psicologiche sono solo accennate. E' presente l'ansia di non dimenticare, ossessione che ha accompagnato Primo Levi fino al suicidio, senza il rigore adeguato alle ambizioni.
Un bel libro, sempre interessante, a tratti commovente. Con il grande pregio di non scadere nella retorica, limite in cui è facile inciampare, soprattutto quando si narra di lotte e di tragedie. Il registro scelto è quello della narrazione che richiama la tradizione orale, il racconto davanti al fuoco dell'anziano che tramanda la sua conoscenza. Il linguaggio è asciutto, il tono è di grande dignità, la sensazione di essere anche noi lì, insieme al vecchio esule, ci fa divorare ogni pagina.
Un libro utile. Che mette in guardia dal peccato mortale dell'oblio, e soprattutto racconta di quella parte di mondo per cui la politica era impegno ideale e non carriera, era rischio di galera e anche peggio, per le proprie convinzioni e non per fondi neri e sospette corruzioni.
Quel mondo di chi aveva più da perdere che da guadagnare. Che ci ricorda che altra gente ha lasciato affetti e patria per difendere un'altra parte di umanità con le stesse idee, anche se parlava una lingua che spesso non capiva, o aveva la pelle diversa.


Sirio Paccino  (05-06-2002)

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