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Il campo di sterminio di GUSEN II
Gusen II. Chemin de croix en 50 stations
Bernard Aldebert 
blank
Storico, Francia 1946
155 pp.
Prezzo di copertina € 13,43
Curatore: Elisabeth Hölzl
Editore: Selene , 2002
ISBN


Contiene 50 illustrazioni in bianco e nero fuori testo

Il sottocampo di Gusen II, a quindici chilometri da Linz, era uno di quei lager secondari che solitamente sorgevano in prossimità di cave o stabilimenti industriali, per meglio sfruttare il lavoro dei deportati. A differenza del vicino lager di Mauthausen, rimasto come monumento alla memoria, di questo ed altri sottocampi non rimangono tracce, se non sparsa documentazione e i racconti dei pochissimi sopravvissuti.
Bernard Aldebert, disegnatore satirico francese, arrestato a causa della sua attività, vi arriva nel 1944 dopo essere transitato per Buchenwald, Mauthausen e Gusen I. A Gusen II resterà, lavorando nelle cave, fino alla liberazione, nel maggio 1945.
Comunicatore "multimediale" ante litteram, Aldebert scatta una serie di istantanee con i mezzi a sua disposizione, la parola scritta e il disegno, e ci proietta nei treni congelati, nelle baracche con i morti ammassati sotto i letti, nelle gallerie dove si lavora e si muore stremati senza soluzione di continuità. Il tutto, oltre che sotto i colpi dei kapo aguzzini e delle SS, sotto gli sguardi indifferenti dei soldati regolari della Lutwaffe e dei civili, che ogni giorno vedevano transitare i deportati dal campo alle cave.
Il tema della corresponsabilità, richiamato esplicitamente da Aldebert nell'introduzione, è in qualche modo la molla principale di questa riedizione: la curatrice, nata nei luoghi dove si trovava il lager, ricorda come nell'Austria del dopoguerra si sia operata una rimozione sistematica di ricordi e testimonianze materiali, e si sia sviluppata la "tesi del martirio" che accomunava il paese alle vittime e non già, come fu prevalentemente, ai carnefici.


naldina naldina naldina naldina naldina

Il campo di sterminio di GUSEN II-dall'orrore della morte al dolore del ricordo

"Ho disegnato e scritto queste pagine per dare un contributo all'educazione di coloro che non sanno o di coloro che hanno già dimenticato." (1946)

Aldebert scrive e disegna queste pagine a caldo, appena terminato quello che il titolo originale ben definisce come un calvario. La formula della via crucis in cinquanta stazioni serve a dare struttura ad una materia che sarebbe stata di per sé magmatica, ad un racconto che solo in alcune parti può seguire un ordine cronologico, e per il resto si deve confrontare con la circolarità di un orrore quotidiano regolato dall'onnipresenza della morte.
Non siamo ancora al ricordo, alla compostezza dolente di Wiesel e Levi: dove quest'ultimo apre Se questo è un uomo con un monito a non dimenticare, Aldebert introduce il libro reclamando per il presente:
"Se c'è una giustizia - non vogliamo ancora dubitarne - si applichi la legge del taglione, freddamente, senza passione, ma in tutto il suo rigore. Ascoltate la voce dei nostri morti che reclamano vendetta."
Furente, si impone di essere telegrafico, oggettivo; nel linguaggio asciutto affiorano di continuo connotazioni psicologiche, che però si fermano ad indagare i meccanismi senza riuscire a trovare le cause, le ragioni. Anche nel contorto sadismo di molti episodi, tutto si riconduce infine a vita e morte, null'altro. Rimane lo sconcerto di fronte all'annichilimento dell'umanità nelle vittime e nei carnefici.
Le cinquanta tavole che accompagnano il testo ne condividono lo stile: sono disegni a penna, sintetici ma estremamente precisi. Andando a guardare i volti, ci si accorge che sono rappresentate sempre e solo tre "maschere": il soldato, il kapo, il prigioniero. E' scomparso l'individuo. Automi indifferenziati recitano, fino in fondo e ad libitum, le stesse scene di una grottesca tragedia. Ciascuna pagina, ancora più che una stazione, diventa una scena.
Aldebert rende il chiaroscuro nei disegni acquarellandoli, ma senza l'uso di alcun colore: è un'operazione di sottrazione della luce, il nero e i grigi prevalgono persino negli esterni innevati, opprimendo i corpi lividi, grigi anch'essi. La luce e i colori sono altrove.
"Rivedo il passato come un meraviglioso film a colori. Pensare ai miei cari è un po' come trascinarli in quest'inferno: questo no, non devo farlo. Nel buio del tunnel, in quello del mio cuore, c'è un barlume, una stella che va crescendo. Come un uomo che annega, mi aggrappo ad essa"


Vittorio Dell'Aiuto  (26-03-2002)

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Le storie non finiscono mai, forse, ma c'è un momento in cui diventano altre. Di altri. E quello è il momento in cui ci si può fermare. E si può raccontarle.]


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