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lettera.com intervista Chiara Valerio
Claudia Savarese - 09-11-2009

Quattro chiacchiere sul suo ultimo romanzo, La gioia piccola d'esser quasi salvi

Ciao Chiara, il bellissimo titolo, un omaggio ad Amelia Rosselli, è perfetto per il tuo libro. Nonostante tutto fai sopravvivere La gioia piccola d'esser quasi salvi; è un bagliore carico di ottimismo di cui, noi lettori di lettera.com, ti siamo grati.
Nel libro racconti la vita di tre donne, quella della nonna Agata, della nipote Giulia ed indirettamente quella della madre suicida Lucia, tre generazioni al femminile. Lo fai con la tua personale cifra di scrittura dove emergono i corpi, i movimenti di Giulia da piccola e dell'inseparabile amico Marco, le loro corse forsennate; la lentezza delle articolazioni della nonna malata, la difficoltà di spostarsi, la sua pesantezza dei suoi anni; l'intimità dei corpi, del toccarsi, dell'allontanarsi tra la nipote e la bellissima Leni. Non è facile incontrare nei nostri romanzi un linguaggio del corpo affrontato con tanta delicatezza. Pensi che sia opportuno riappropriarsi di questo aspetto nella scrittura e, forse, non solo nella scrittura?
Io credo che funzioni al viceversa. La scrittura è rapinosa, si appropria di tutto quello che tocca. Una specie di re Mida povero, opaco e parolaio. La scrittura si appropria di certi spazi della vita, certe volte dei gesti. Le parole non si toccano, non sudano, non stringono eppure certe volte, come scriveva Striano, fanno scorrere pel corpo umide carezze. Credo che La gioia piccola sia un romanzo di gesti interrotti, mai finalizzati, cauti e forse questo rimanda una impressione di corpi delicati. Ma è una impressione. Marco è uno che trattiene il fiato per minuti interi, Leni è temprata dalla danza e Giulia è di piombo. Il corpo di Agata che sta morendo è molto più forte della testa di Agata che pure è un pezzo di corpo che però serve solo a pensare. Il pensiero è delicato in questo libro e sembra spavaldo, e il corpo che c'è, senza bisogno di farsi presenza è delicato. E' vero. Io ho sempre voluto che le parole si facessero carne per poterle a un certo punto mangiare e digerire, perché non dilagassero, perché marcissero e a un certo punto si facesse silenzio.

Fai incontrare la nonna con un badante bulgara, Marina, e la nipote con una prostituta polacca, Leni, donne che si aiuteranno reciprocamente. Cosa ne pensi della nascita di questi legami nati casualmente che talvolta diventano profondi incidendo nella vita delle persone?
Penso quello che ho scritto nel romanzo. Che andranno regolamentati. Che tra qualche anno la discussione sulle coppie monosesso sarà socialmente pressante anche per la presenza massiccia e sempre in crescita di persone, soprattutto straniere, che vivono insieme, dividono gli spazi, e formano una coppia, in qualche modo indicibile e bizzarro, di mutuo sostegno. Ma una coppia.

Nel libro dai pochi accenni al luogo dove vivono le tre donne, un paese di pescatori, c'è una completa delocalizzazione mentre c'è una dettagliata localizzazione della geografia personale di Agata, Giulia, Marco, tracci la loro mappa delle emozioni con i luoghi e gli oggetti a cui sono legati. Forse è un tentativo di recuperare il proprio io di fronte a questo grande anonimato in cui noi tutti siamo sommersi?
La gioia piccola d'esser quasi salvi è un libro di provincia. Io sono nata in provincia e la provincia è immutabile ed è uguale. Uguale a se stessa e uguale ad altre province. Questo è un pensiero e una osservazione che mi ha sempre messo allegria. Perché andare in qualsiasi provincia e come tornare a casa. Ed è per questo, che come giustamente osservi, la geografia è tutta emozionale, tutta sentimentale e non c'è altro che mare. C'è un verso di Pavese che rispetto al mare e alla provincia mi ha sempre emozionato. E' di una poesia intitolata credo Gente spaesata. Troppo mare, ne abbiamo veduto abbastanza di mare.

Vorrei dirti di una strana combinazione leggendo il tuo libro e quello precedentemente recensito per lettera.com, Avrò cura di te di Chiara Mezzalama. Naturalmente la combinazione non è lo stesso nome, ma un fatto delle due storie: anche lì una figlia viene abbandonata dalla madre, suicidatasi come Lucia, c'è una assenza e le figlie rimaste sole sono cresciute dalle nonne. Poiché stiamo parlando della stessa generazione di donne che affrontavano la maternità durante gli anni Settanta, mi chiedo se le giovani scrittrici si fanno portavoce di una velata lagnanza delle donne trentenni di oggi nei confronti delle loro madri. Cosa ne pensi?
No, non credo. Insomma, non mi ci vedo. Mia mamma è segretario comunale. Lo scrivo con lo stesso muso duro come quando da bambina, alle elementari, mi chiedevano perché mamma non viene a prenderti a scuola. E io spavaldamente rispondevo Mamma lavora fuori. Ed era vero. Io ne ero orgogliosissima, mi sembrava come avere ogni giorno un cappotto nuovo, qualcosa che nessun altro aveva. Probabilmente non era un avvenimento così fuori dalla norma ma i bambini sono eccentrici ed egocentrici, e io non facevo eccezione. Mia mamma, nonostante lavorasse e lavori ancora oggi molto, è sempre stata molto presente nella mia vita, è una lettrice vigorosa, non mi ha mai proibito di leggere niente. Mamma e papà hanno riempito la casa di libri, io quando ci penso ancora mi metto a saltellare di gioia. Sembrava un perenne arcobaleno di coste colorate. Mia mamma e mio papà mi hanno sempre fatto intendere che tempo passato insieme e condivisione sono sinonimi ma possono non coincidere.

Ambienti una storia di amore fra due donne, Giulia e Leni, in un piccolo centro dove la coppia di fatto viene accettata anche se il postino impiccione o gli affezionati al bar di zona storcono la bocca. Purtroppo la cronaca riporta atti di violenza su coppie gay e lesbiche tanto nella grande città che in provincia. Cosa ne pensi di questa ondata di omofobia nel nostro paese e come i libri possono frenarla?
I libri non frenano niente. Nemmeno il freddo per assurdo, per scaldarsi coi libri bisogna bruciarne almeno quattro o cinque insieme. La carta si consuma subito, una vampa e poi buio e freddo. D'altronde i libri non sono diavolina o ciocchi di legno. Servono ad altro. A condividere. Tuttavia, quando i libri sono Gomorra di Roberto Saviano riescono a spostare l'attenzione dei media su certi problemi, a farli stare alla ribalta. E questo, che accada grazie a un libro, è meraviglioso.

Continua...


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La consapevolezza dell'esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi.


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