Enriqueta Martí Ripollés, protagonista de La maledetta è un personaggio realmente esistito e la tua professione [lavora nella polizia scientifica, N. D. R.] ti ha portato a criticare certe rappresentazioni romanzesche e cinematografiche delle indagini, distanti dalla realtà, ma poi anche gran parte del libro è pura fiction. Come sei riuscito a mantenere un equilibrio tra questi diversi livelli?
Devo dire che scriverlo è stato facile, naturale. La parte più difficile è stata trovare il tono migliore, il ritmo, insomma incamminarsi sulla strada giusta. Poi, una volta partito, in un certo senso il libro si è scritto da solo.
Le tue conoscenze in criminologia e la pratica professionale di hanno aiutato?
In parte, ma non in modo fondamentale. Nella realtà i metodi e le tecnologie sono molto meno importanti. La tecnica in generale ti può dare delle informazioni, ti può aiutare a ricreare un contesto, ma non risolvi un caso se il colpevole non ha commesso qualche errore. E' necessario riuscire a scavare nelle sue contraddizioni e il caso di Enriqueta, da questo punto di vista è esemplare, perché non c'erano denunce, non c'erano elementi, era del tutto impossibile affrontarlo.
Un caso particolarissimo, a partire dalla serial killer, su cui avrai dovuto documentarti parecchio. Dove ti sei fermato con la ricerca storica e hai cominciato con la fiction?
Mi sono documentato soprattutto riguardo a Enriqueta, alla sua vita, ai personaggi che l'hanno circondata, che sono tutti reali e lì ho cercato di attenermi, per quanto possibile, alle dimensioni storiche. E' più fiction, invece, l'altro lato della storia, quello degli investigatori. L'ho tenuto per me, e per il lettore.
Converrai che un serial killer coniugato femminile è piuttosto insolito, se non proprio raro.
Sì, in effetti solo un 10% di psicopatici statisticamente è femminile. La stessa Enriqueta aveva avuto, qualche secolo prima, una figura che l'ha preceduta. L'ho scoperta mentre mi documentavo sul suo conto e sono rimasto affascinato da questo parallelismo, come se Enriqueta fosse diventata una serial killer quasi per emulazione.
O magari è una tradizione cittadina, vista l'importanza che la vita di Barcellona ha sul romanzo.
Per me Barcellona è come uno dei personaggi, e un personaggio importante, anche se ho voluto sottolinearne i lati più oscuri. Se dici Barcellona pensi immediatamente a Gaudì e al modernismo, e invece collocandola nel 1912 e pensando ai movimenti rurali dell'Europa ho voluto evidenziarne gli aspetti più nascosti. La sua influenza è fondamentale, soprattutto perché bisogna tenere conto che la gente viveva nelle strade, le porte erano sempre aperte, la vita si svolgeva nei vicoli. E' quello il contesto e nella strada non c'è scrupolo che tenga.
Come scrivi nel libro: "C'è chi si trova bene in tempi convulsi, con il sangue che scorre per le strade, perché così può intrufolarsi nella violenza e attingervi comodamente". E' questo che intendi, per contesto?
Sì, in un certo senso sì. Si tratta di una storia di sangue, una storia mediterranea. Il contesto è quasi feudale, con una borghesia distante e corrotta, ed è ancora vivo il ricordo della Settimana Tragica, le rivolte contro l'esercito del luglio 1909 in cui morirono decine di persone. E' un contesto violento per via dell'anarchismo e del banditismo, della violenza endemica nella strada, l'humus perfetto per un caso del genere.
I richiami alla realtà arrivano anche nel finale, quando scrivi: "Tutte le storie hanno un finale, e quello della nostra storia si sta avvicinando. I finali, però, non sono mai un punto a capo, bensì la brusca interruzione del momento scelto dal narratore. Il mondo intorno continua a girare, più o meno influenzato dai fatti narrati, e va sempre avanti grazie all'inerzia della realtà". Cosa volevi dire?
Solo che come scrittore posso accendere una luce su un frammento di vita e di storia, aprire una breccia e dare un punto di vista, non è pensabile poter fare di più. Tocca poi al lettore farsi guidare dalla luce.
C'è qualche scrittore che ti ha ispirato, in particolare per questo libro e in generale come lettore? E quando scrivi hai qualche rituale speciale che segui?
Sì, direi soprattutto Richard B. Matheson, perché ha uno stile che rende subito e chiaramente visibili i personaggi, l'azione, ma in modo molto semplice e diretto. Poi Edgar Allan Poe, Robert Louis Stevenson, Arthur Conan Doyle e Bram Stoker. Riguardo ai rituali, quando scrivo devo essere solo in casa, non ci deve essere assolutamente nessuno e mi avvicino alla tastiera del computer solo se ho chiari l'inizio e la fine di ogni capitolo. Non mi serve sapere cosa succederà in mezzo, ma l'inizio e la fine sono indispensabili, così mi tengo una scaletta con carta e penna a portata di mano. E ascolto molta musica, i Gotan Project che hanno delle atmosfere affascinanti e le colonne sonore, soprattutto quelle dei film western, di Ennio Morricone.
Nel finale, raccontando l'impegno quotidiano degli investigatori scrivi: "A dire il vero, niente è facile da sorvegliare. Si tratta solo di aspettare, aspettare e ancora aspettare, di non farsi prendere dallo scoramento, di prefiggersi una meta che forse non si raggiungerà, sempre consapevoli che si sta all'aperto, sotto gli occhi di tutti, perché è così evidente che si sta osservando che i ruoli si invertono e colui che vigila se ne sta lì, come un animale dello zoo che bruca l'erba mentre fiumi di visitatori gli passano davanti". C'è qualche assonanza con la pazienza che ci vuole nel portare a termine un romanzo?
Più che pazienza direi che ci vuole costanza. Scrivere può essere anche veloce e entusiasmante, a me è capitato con questo libro, ma ci vuole tempo. Tanto tempo, sempre.
La consapevolezza dell'esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi.