Più che un libro sulle "morti bianche", Il paese di Saimir è un libro che come tema centrale ha il razzismo, ma il razzismo inteso in tutta la sua complessità ovvero come alienazione, esclusione, privazione dei diritti fondamentali, violenza, indifferenza. E' giusto?
Il razzismo contiene tutte queste cose. Nel momento in cui si teorizza che qualcuno è biologicamente e culturalmente inferiore, si autorizza ogni atto di violenza nei suoi confronti. E pertanto lo si può trattare alla stregua di mero strumento adatto per qualsiasi mansione. Mettere qualcuno in condizioni di rischiare la pelle essendone pienamente consapevoli, è una forma di razzismo perché si attribuisce alla sua vita un valore inferiore alla nostra.
Nel paese di Saimir sembra che tutto sia merce e non solo perché ormai non si distingue il corpo dalle macerie ma perché c'è una forma di razzismo strisciante contro i lavoratori e contro il lavoro. La pena per la non accettazione di condizioni di lavoro senza diritti, sottopagate, sempre a rischio, senza tutele, lavori da "invisibili", che possono essere abbandonati nei cantieri, nelle cave, per strada. Quali sono le radici di questa ferocia?
Anche il razzismo più manifesto e banale, quello rivolto a chi è diverso per colore della pelle, quasi sempre è abbinato al disprezzo per il povero. Se arriva da noi un emiro e alloggia negli hotel a cinque stelle, viene trattato coi guanti, fotografato e ossequiato. L'arabo povero che arriva coi barconi, pur avendo la stessa matrice culturale, è quasi sempre visto come un invasore importuno. I lavoratori impiegati in nero appartengono a questa seconda categoria. Ma le radici della ferocia nei confronti dei lavoratori "invisibili" stanno anche nella folle e criminale ideologia liberista che ha portato al disastro economico attuale. Se i parametri sono il guadagno e l'arricchimento senza badare troppo ai modi e alle regole, anche le vite umane possono essere tranquillamente comprate e vendute al prezzo più basso possibile. Anche la sicurezza e la prevenzione, essendo annoverate fra i costi, sono un impedimento e una zavorra che limitano redditività e utili.
Il paese di Saimir punta inevitabilmente l'obiettivo su più temi scottanti e dai risvolti atroci: lo sfruttamento, la mancanza di tutele e di diritti, la qualità del lavoro negata. Come è scattata la scintilla iniziale e, visto la delicatezza dell'argomento, come ti sei documentato?
La scintilla viene dalla passione civile e dall'insofferenza verso qualsiasi forma di ingiustizia e prepotenza. Oltre 1.100 morti all'anno sul lavoro, senza contare quelli che perdono la vita in strada per cause inerenti il lavoro, sono uno scandalo che un paese civile non dovrebbe permettere. Vivendo in un giornale non ho avuto bisogno di documentarmi più di tanto. Ogni giorno passano sul mio video tante notizie di morti e infortuni sul lavoro, centinaia di casi drammatici che prendo a prestito per costruire le storie che racconto.
"Le trasmissioni erano un unico continuo flusso di immagini e parole senza grandi differenze, come un rumore di sottofondo": sembra esserci proprio un realtà parallela che non vede, non sente e non si muove per tutti i Saimir di questo mondo. E' così?
C'è il mondo fasullo della televisione, una sorta di surrealtà nella quale si avvoltola la maggioranza delle persone vivendo di cose superflue e di illusioni d'accatto. Da questo mondo è bandito tutto ciò che turba e inquieta, come la sofferenza, la morte, la malattia e persino la vecchiaia. La favola che ci viene narrata quotidianamente con una sorta di lavaggio del cervello, non prevede il lato negativo della vita. Per questo cela gran parte della realtà. Comprese le morti bianche o i poveracci che sono costretti a lavorare in condizioni disumane. Al punto che se un tempo ci stupivamo guardando la televisione che ci mostrava storie di finzione, oggi che il mondo televisivo ha sostituito la realtà, ci stupiamo quando ci raccontano o vediamo una storia vera. E' la realtà ad aver ormai assunto il ruolo che era della finzione, quello di stupire.
Nelle molteplici forme di applicazione della tua scrittura, dal giornalismo alla narrativa, Il paese di Saimir sembra collocarsi in una posizione particolare. Cos'hai scoperto, scrivendo il romanzo?
Non è la prima volta che scrivo un romanzo non giallo. Con Frassinelli ho pubblicato Le imperfezioni che è un libro esistenziale su chi è vincente e chi è perdente oggi, due categorie antropologiche contrapposte. Con Il paese di Saimir ho sperimentato cose nuove a partire da un linguaggio, molto più duro e aderente alla gergalità, specchio di un'interiorità volgare. Poi ho costruito una pluralità di punti di vista, ottenuta con un montaggio a più voci e capitoli alternati. Ho cercato di realizzare un romanzo corale che riuscisse a restituire sulla pagina la complessità della questione riguardante le morti sul lavoro.
Dal un punto di vista letterario, quali autori e/o quali libri ti hanno ispirato per Il paese di Saimir in particolare?
I primi che mi vengono in mente sono Furore e Uomini e topi di Steinbeck, poi La malora di Fenoglio, Victor Hugo e Corrado Alvaro. Ma devo dire che la cronaca, in questo caso, ha avuto un ruolo preponderante.
Vivendo la scrittura per tante diverse destinazioni finali, hai un metodo, delle regole, o anche soltanto delle semplici abitudini nell'avvicinarti ai tuoi strumenti di lavoro?
Per quel che riguarda la scrittura narrativa, mi interessa avere un'idea di partenza molto forte che quasi sempre coincide con una immagine o un fatto emblematico nel quale è racchiusa l'intera storia. Poi lo sviluppo della trama avviene passo passo nel corso della scrittura, tenendo presente il "la" iniziale. Purtroppo io scrivo nei momenti liberi dal giornale e sono pertanto costretto a una forma di frammentarietà che mi costringe a continue revisioni.
La consapevolezza dell'esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi.