?
lettera.com [libri con qualcosa di speciale dentro]
home
libri
articoli
archivio
lettera.com intervista Peppe Fiore
Claudia Savarese - 02-05-2009

La futura classe dirigente, le vicende di Michele Botta, la deriva del nostro Paese, branchi di peones venuti dal niente.

La storia di Michele Botta può considerarsi la condizione di molti trentenni che si affacciano alla vita adulta? C'è un pizzico anche della tua storia personale, di Peppe Fiore?
Abbastanza, ma per mia fortuna in dosi misurate. Oltre alle contingenze meramente anagrafiche e - diciamo così - di background familiare, anche io, come Michele e come tanti miei coetanei, ho fluttuato per un tot di anni dopo la laurea in quella specie di limbo della precarietà e dell'esistenzialismo aziendale che precede l'integrazione vera e propria nel mondo del lavoro. E anch'io, come Michele, una volta conquistata questa tanto millantata integrazione, mi sono accorto che in buona misura era un sogno di cartapesta. Infine, anch'io come Michele, ho visto tanti miei amici - pure loro integrati e pure loro delusi - scapparsene via da questo paese come un branco di galline spiumazzanti nell'aia dopo una sonora fucilata.
Il protagonista attraversa un profondo disagio personale direi esistenziale; non riesce ad adultizzare il rapporto con i genitori, non abbandona parte del suo "ego" con le altre persone né con la fidanzata forse si ritrova solo con l'amico Ennio. Quale sarà la via giusta per vivere libero dalle angosce insieme agli altri?
Ho sentito l'altra sera Walter Siti da Fazio (lucidissimo ed esemplare come sempre) (Siti, cioè, non Fazio...) che diceva in parole povere quanto segue: ci sono due modi di vivere nell'Occidente. Il primo è puntare alla quantità, accumulare compulsivamente, inseguire la mitologia del successo, dell'affermazione personale, insomma l'epopea del maschio Alfa tradotta nei dettami attuali del capitale. La seconda è cercare di vivere in armonia col mondo e con le cose. Delle due vie, la prima è la più semplice - perché è quella che ci viene insegnata da quando siamo in età di coscienza e, perlopiù, è quella che seguono tutti. La seconda è la più difficile, perché ti chiede di contribuire attivamente, col tuo sforzo quotidiano e paziente, all'armonia del mondo.
Sembra una roba new age, ma in realtà è una cosa molto concreta e molto pratica: Siti diceva che il suo obolo personale all'armonia del mondo era la scrittura (e anche il mio, per quanto valga infinitamente meno del suo). Il concetto di fondo è che l'Occidente, oggi, è una vasca di piranha, ti educa dalla nascita alla pratica del fratricidio, della nevrosi e del disordine. Stare bene con gli altri significa neutralizzare una serie di cose che sono già parte integrante del nostro dna quando diventiamo adulti - la competizione, il conflitto, l'ossessione della performance: chi ci prova cammina fuori da un binario (come Lorenzo Rizzi, il giornalista che Michele incontra verso la fine del libro), diventa un non-assimilato. Viene visto come una bestia rara, probabilmente. Ma a conti fatti vive infinitamente meglio e - con tutta probabilità - muore pure più tardi.

Ne La futura classe dirigente intravedo anche una critica alla società italiana sul piano politico, sociale e culturale. La storia di Michele si svolge a Roma durante le ultime elezioni nazionali e c'è un chiaro disappunto verso la linea tenuta dalla sinistra, ma "il male di tutti i mali" sembra il tubo catodico o meglio "l'omologazione al pensiero unico televisivo". Michele parte, si allontana dallo scenario italiano, è un viaggio di sola andata o è previsto anche il ritorno?
No, il male di tutti i mali non è assolutamente la televisione in sé. La televisione, come Berlusconi, è un modello in scala delle nostre strutture mentali - seppure un modello con le proporzioni deformate per esigenze, diciamo così, di linguaggio. Perciò vale la pena scriverne. La televisione è una macchina gigantesca dove coabitano l'orrido e il sublime, il trash più spinto e - ma sì, diciamolo - anche scintille di poesia. Intendiamoci, resta un modello e non una forma d'arte (per quanto un modello con capacità mitopoietiche pazzesche): ma, per come la vedo io, non è causa di niente. E forse non è nemmeno giusto definirla una conseguenza: semmai una cornice. Una cornice che, a differenza di altri media ritenuti comunemente più nobili, non è ipocrita: in tv la merce è merce, punto.
Per quanto riguarda il contesto italiota... a me interessa fare delle storie collocate nel modo più preciso possibile dentro la storia di questo paese: sia perché mi interessa raccontare il mio paese, sia perché questo dà ai personaggi un respiro più vasto (o, perlomeno, così succede nei libri e nei film che mi piacciono). Dal mio punto di vista, LFCD è un tentativo riuscito solo in parte, spero di fare meglio nei prossimi.
In ogni caso, confrontarmi con lo sfascio del centro-sinistra era per me inevitabile: anche io come tanti, come Michele, avevo scelto di fidarmi di Veltroni (pur tappandomi il naso). E ricordo il giorno delle elezioni - un pomeriggio passato sulla moquette in ufficio davanti a SkyTg24 - come un brutto film di genere al ralenti. E' pazzesco pensare che viviamo in un paese considerato avanzato, in cui però un singolo individuo, Berlusconi, potenzialmente domina tutto. Anche a livello di immaginario (che è l'aspetto che per il mio lavoro mi interessa di più, ovviamente). Michele alla fine scappa in Giappone (come il suo amico Ennio). Io non credo che la soluzione sia la fuga. O, perlomeno, non a ventisei anni. Esistono sempre dei margini di resistenza, e non praticarli giorno per giorno significa essere morti.

Nella storia Michele conosce un giornalista della stessa generazione del padre, un giornalista "non allineato" al pensiero unico televisivo. Lui è l'anello di congiunzione fra i padri e i figli. Oggi i figli trentenni spesso non comunicano con i padri, ex giovani degli anni Settanta, per diventare così orfani generazionali, invece questo incontro sarà salutare per entrambi. Condividi questa considerazione o tieni un'altra chiave di lettura?
Su Lorenzo Rizzi - e la sua natura di non allineato - ho accennato sopra. La figura di Rizzi mi è venuta in mente conoscendo di persona un signore in cui ho avuto la fortuna di inciampare a Milano in un momento della mia vita molto simile a quello di Michele, e che mi ha salvato.
Io penso che la mia generazione - o perlomeno vasta parte della mia generazione - più che non comunicare con i propri genitori, non li ha proprio riconosciuti come modello. Nemmeno un modello negativo. Senza idoli polemici, senza padri da divorare, è difficile costruirsi un'identità.
Per dire, ormai anche il '68 è pura archeologia: tutti i miei amici figli di sessantottini provano rispetto ai genitori una strana forma di compassione. Stanno lì, imbambolati, da quarant'anni in contemplazione di una stella che è una stella spenta. Come si fa a considerarli dei nemici da abbattere?

Continua...


mascherato  Il libro mascherato

La consapevolezza dell'esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi.


newsletter news - lettera


cerca


Feed - lettera

rss RSS / atom Atom