Per questa ragione in senso lato - e per altre, diciamo di carattere - Michele Botta diventa un individuo alla nevrotica ricerca di un padre, magari anche di un nemico: lo cerca nella sua famiglia, lo cerca in un pornografo degli anni '70, in uno zio cialtrone, in un capo che è in realtà un doppio di se stesso... a differenza di tanti coetanei, però, non si arrende mai. E questo lo rende, dal mio punto di vista, patetico e romantico al tempo stesso.
Ma, naturalmente, io non sono un sociologo: queste riflessioni vengono dalla mia esperienza personale.
Passiamo alla scrittura. Fai uso frequente di termini del linguaggio medico, immagino per indicare lo stato di malore della nostra società, ma sei anche molto incisivo descrivendo i paesaggi anemici metropolitani, e tieni una buona dose di ironia che accompagna le vicende di Michele Botta. Hai qualche altra annotazione da fare sulla tua scrittura e su dove vorresti migliorarti?
Diciamo che uno dei miei obiettivi in questo libro (e in generale) era quello di scrivere una storia che fosse innanzitutto divertente da leggere. Il che, ovviamente, dati i temi trattati, non doveva significare buttare tutto in vacca, come si dice. A conti fatti, penso di esserci riuscito abbastanza. Stilisticamente, vorrei essere meno verboso, meno aggrappato alla "bella frase" per definire il concetto, usare meno aggettivi, meno avverbi in -mente, meno elenchi (tipo questo), meno parolacce, meno metafore astruse. E meno parentesi. Assolutamente, meno parentesi. Insomma, ho un sacco di lavoro da fare.
Per quanto riguarda la terminologia medica e lo spirito dei luoghi, sono due mie antiche ossessioni. La seconda, in particolare, credo si colleghi direttamente a quell'idea di calare i personaggi molto a fondo dentro la realtà che dicevo prima a proposito della cornice storica.
La storia è ambientata a Roma, una città diventata violenta nei confronti delle donne e degli immigrati. Scusami ma ho trovato "di cattivo gusto" usare un linguaggio e una visione della donna come l'oggetto del desiderio poiché i libri e la scrittura sono anche strumenti per contrastare queste barbarie. Come rispondi?
Appunto assolutamente legittimo. Anzi lo apprezzo molto perché è un aspetto centrale dello spirito di Michele Botta. E' vero: Michele parla delle donne come un vero misogino. Le riduce quasi sempre al loro posteriore, odia trovarsele in giro in per casa dopo che ci è stato a letto, odia guardarle mangiare. E se ci fai caso, questa misoginia è continuamente ostentata. Troppo ostentata per non pensare che ci sia qualcosa sotto. La verità è che Michele Botta ha un complesso d'Edipo grande quanto una casa (e il rapporto passivo-aggressivo che ha con la madre è il risvolto interno di quello che ha con l'universo femminile). Sa che la relazione con la madre - la donna che ama di più al mondo - è la sua grande ferita irrisolta, e sa che il confronto con questa ferita lo vedrà sempre sconfitto. Allora si vendica sulle altre donne. Rendendosi sempre, regolarmente, ridicolo: perché in realtà ha un bisogno mostruoso d'amore - tutte le donne che incontra se ne accorgono subito - e questo bisogno d'amore lo porta a comportarsi come si comporta con la sua amica d'infanzia / ex-fidanzata Elena che, quando gli dice di cambiare città, lo getta nella disperazione più nera. Insomma, è un bel casino: ma è un groviglio che ha qualche speranza di risolversi. Ennio, per esempio, che aveva un problema analogo, alla fine ci è riuscito.
Per quanto riguarda Roma, le situazioni descritte nel romanzo sono assolutamente vere. E' vero che, qualche giorno dopo la funesta elezione di Gianni Alemanno, sono esplosi una serie di episodi di intolleranza e xenofobia da film di Umberto Lenzi. E' vero il raid dei bengalesi al Pigneto, è vero il pestaggio del ragazzo gay. Roma è una città ogni giorno più cruda e ostile, più atomizzata, più intollerante - e non per questo più sicura, come vorrebbero farci credere. Del resto, non era difficile immaginare questa deriva, con un sindaco con la croce celtica al collo. Mi ricordo perfettamente anche il pomeriggio dell'elezione di Alemanno (la sede di AN è a due isolati dal mio ufficio): taxi impazziti che strombazzavano per le strade, gente che urlava col saluto romano sui marciapiedi, il Vittoriano preso d'assedio dai naziskin. Dopo dieci minuti dagli exit poll, era il medioevo.
Infine, questo è stato il tuo primo romanzo. Immagino che ti sia costato molto impegno, hai voglia di parlare dei tuoi progetti futuri?
Vorrei scrivere un grande romanzo eroicomico su un branco di peones venuti dal niente che nel giro di un quarto di secolo si ritrovano a decidere sulle sorti di un paese. Il finale è un ictus... in pratica Delitto e Castigo.
La consapevolezza dell'esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi.