Hai percorso le rotte dei migranti dall'Africa verso l'Europa in questi ultimi anni, precisamente cinque anni di viaggi a partire dal 2002, un arco temporale piuttosto ampio. Naturalmente l'arrivo degli extracomunitari ai valichi dell'Europa conosce accelerazioni, cambiamenti, pause; è un fenomeno "in movimento". Secondo te ad oggi quali sono oggi le reali dimensioni delle migrazioni, quali sono gli ultimi mutamenti, e quali rimangono le caratteristiche strutturali, e quali possibili scenari si prevedono?
Le rotte migratorie presentano una grande capacità di adattamento e di mutamento. Ogni volta che si attua un'azione di contrasto da una parte, se ne aprono di nuove. Il movimento migratorio è una realtà in divenire, che è sempre esistita e sempre esisterà. L'unica grande differenza degli ultimi anni è che, soprattutto in Italia, si è posta grande enfasi su un presunto incremento degli arrivi, soprattutto via mare, proiettando sul fenomeno una dimensione emergenziale. In realtà, se analizziamo i numeri, vediamo che la quantità degli arrivi via mare è costante e si aggira ogni anno intorno alle 20mila unità. Una cifra che un paese di 60 milioni di abitanti non dovrebbe avere problemi a gestire. Quello che si dice poco è che la stragrande maggioranza degli immigrati giunge per lo più per vie legali: sono i cosiddetti overstayers, persone che entrano con un visto e lo lasciano poi scadere. I migranti che giungono via mare sono una realtà decisamente sovradimensionata.
Nel libro riporti la fatica e le privazioni vissute dai migranti per arrivare in un paese europeo. Dopo aver raggiunto la meta, una città europea e magari aver trovato un lavoro ed ottenuto il permesso di soggiorno è possibile una reale integrazione o c'è da aspettare la cosiddetta seconda generazione?
Bisogna intendersi sul significato della parola "integrazione". Se integrazione vuol dire avere un lavoro e comprare una casa, abbiamo numerosi esempi di immigrati di prima generazione che hanno raggiunto questo traguardo. Se invece parliamo di un pieno riconoscimento dei propri diritti, solo gli immigrati di seconda generazione - che avranno studiato in Italia e otterranno a diciotto anni la cittadinanza e il diritto di voto - potranno effettivamente usufruirne.
Non ti sei accontentato di dati e statistiche per scrivere articoli sui migranti, ma hai scelto di andare sul posto, in una sorta di "prima linea". Tutto ciò quanto ha arricchito il tuo mestiere, penso anche alla tua preparazione, e anche quanto lo ha messo in discussione?
Ogni volta che si va sul "campo" si finisce necessariamente - e per fortuna - per rivedere le proprie idee e le proprie convinzioni sul fenomeno che si va a studiare. In particolare, in questa mia ricognizione sulle rotte migratorie dall'Africa sub-sahariana ho modificato la percezione che avevo dei migranti: quasi subito mi sono accorto che non erano disperati o illusi. Gli immigrati africani che si sobbarcano il viaggio via terra e poi via mare sono per lo più persone istruite, con un alto livello di consapevolezza dei rischi cui vanno incontro. Partono perché nei propri paesi non esistono sbocchi professionali adeguati per il loro livello di formazione. In questo senso, rifiutano le accezioni miserabiliste che diamo noi: non si ritengono dei "disperati" o dei "dannati", ma degli avventurieri.
Inevitabilmente quanto hai visto durante i tuoi viaggi ti avrà toccato molto da vicino. Immagino che hai vissuto dei momenti di reale paura, ti sei mai sentito "fuori luogo"? Ha maturato più dubbi o certezze in questi anni?
In diverse situazioni mi sono sentito "fuori luogo" o a disagio nell'interagire con i migranti, soprattutto quando mi scontravo con situazioni più estreme, come gruppi sperduti nel deserto, rimpatriati in modo coatto oppure bloccati in un paese di transito. Il fatto è che il giornalismo si nutre delle situazioni estreme, della disperazione altrui e che quindi più le situazioni erano estreme, più "valido" era il materiale di cui disponevo per il mio lavoro. Questo non può non finire per generare dei dubbi, più di carattere etico che deontologico: diverse volte mi sono chiesto se non stessi facendo solo un esercizio voyeuristico nell'osservare le distrazioni altrui e nel raccontarle.
La consapevolezza dell'esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi.