Come è stata la strada che ti ha portato alla pubblicazione? Si è trattato di un percorso duro o hai trovato subito disponibilità da parte degli editori?
Quando pubblicai con Transeuropa, mandai semplicemente un manoscritto, e Canalini mi richiamò. Poi non ho pubblicato per anni. Non mi interessava. Scrivevo perché piaceva a me, lavoravo la mattina come portalettere e la sera come pizzaiolo e facevo l’amore di continuo con una ragazza che amavo tantissimo. La mia vita era perfetta così. Poi lei mi ha lasciato e io me ne sono andato da Casola per qualche anno. Tornavo solo i fine settimana per dare una mano in pizzeria. Un ragazzo con cui dividevo l’appartamento a Torino mandò dei miei racconti in giro, all’Einaudi e alla Marcos Y Marcos. Fortunatamente Marcos ci mise una settimana in meno a contattarmi. Pubblicarono un mio racconto in una antologia di natale. Ero l’unico ancora vivo, e non ero degno di sfiorare l’unghia dell’alluce degli altri scrittori. C’erano Pasolini, Boll, Bianciardi, Maupassant, Arthur G Clark. Il racconto piacque, e mi chiesero se avevo per caso un romanzo tra le mani. L’avevo finito da un paio di mesi. Era Alla grande. E’ cominciata così, per me.
Quali sono gli autori che preferisci?
Dumas padre, Hugo, Eduardo Galeano, Natalia Ginzburg, Stephen King, Fitzgerald, Goffredo Parise, Arturo Perez Reverte, Zavattini, il primo Ellroy, Stendhal, Soriano, John Fante, Vonnegut, Rostand…
Nel paese di Tolintesac è il tuo ultimo libro. E’ stato un romanzo che si è scritto velocemente come il primo?
La prima stesura sì. Scrivo molto velocemente. Per Alla grande ci fu praticamente solo quella. Nel paese di Tolintesac era però una storia più ampia, che abbracciava un secolo, popolata da un sacco di personaggi e interamente raccontata da una nonna al nipote. Ma non volevo che il narratore e sua nonna fossero fermi in un punto e lei ricordasse in una sola volta la sua vita, così li dovevo far viaggiare nel tempo, lungo tutta l’infanzia del narratore, e l’ho dovuta riscrivere un paio di volte. Ho applicato a un racconto classico una tecnica da libro di fantascienza. E’ stato divertente e ha funzionato benissimo.
Mentre lo scrivevi sentivi il peso di dover bissare un successo come Alla Grande?
Lo sentivo sì. Non mi chiedevano altro, alle presentazioni. “Quando esce il prossimo?” chiedevano. Anche i miei editori erano agitati. Un altro libro ambientato in Romagna, con il titolo in dialetto… Poi Nel paese di Tolintesàc& è uscito, praticamente non è stato recensito da nessuno, a differenza di Alla grande, ma in una settimana ha finito la prima edizione. Continuavano a ristamparlo, perché i lettori se lo regalavano. Sotto Natale, a sorpresa, lo presentò la Zucconi a “Che tempo che fa”’ di Fazio, e da lì schizzò in classifica. Ma noi eravamo già tranquilli. Io sentivo di essere a posto quando due giorni dopo l’uscita del libro mi arrivò una lettera di una signora anziana, che mi ringraziava per aver scritto quella storia, in cui riconosceva la sua vita nella sua terra. Lei era friulana. Io volevo raccontare di quell’Italia lì, dove non ci sono sbudellamenti, sparatorie o serial killer, l’Italia dove la gente gira più in bicicletta che in aereo e internet va lento come la messa. C’ero riuscito, ed ero a posto…
Cosa ci vuoi dire riguardo a questo tuo ultimo lavoro che già non è stato detto?
Ma, adesso Nel paese di Tolintesac continua la sua strada, lontano da me, insieme a Alla grande. Sono grandi, ormai. Sono molto orgoglioso di loro. Tolintesac fa un po’ il patacca, a dire il vero. Nella libreria di Faenza, ‘l’incontro’, ha venduto più di Dan Brown… Ma come ho detto prima, appartengono a chi li legge. Io penso già alle altre storie che devo salvare.
Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?
Il giorno dei morti, il due novembre, esce il mio nuovo libro. E quello è Un’ultima stagione da esordienti, il libro fantasma di cui accennavi prima. E’ la storia di una squadra di calcio giovanile, di un gruppo di amici che non va’ tanto bene a scuola, che non è pratico con le ragazze, che litigano in casa e prendono le botte dai ragazzi più grandi, ma che dentro a un rettangolo magico di cinquanta metri per cento, delimitato da linee di gesso, diventano imbattibili. Un’altra piccola storia, di un piccolo mondo, che come Atlantide rischia di scomparire. Ma io non ci sto proprio…
La consapevolezza dell'esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi.