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Intervista ad Ernesto Aloia
Claudia Savarese - 08-10-2006

Due chiacchiere con Ernesto Aloia, di cui minimum fax ha recentemente pubblicato Sacra Fame dell’Oro

Abbiamo fatto alcune domande ad Ernesto Aloia, autore di Sacra Fame dell'Oro, una nuova raccolta di racconti dopo Chi si ricorda di Peter Szoke?, dell’aprile del 2003.

I tuoi racconti sono ambientati durante il boom economico degli anni Sessanta, gli anni del Terrorismo, le ultime frodi finanziarie cioè in anni cruciali della storia del nostro paese. E facile pensare ad una sorta di riscrittura letteraria degli ultimi cinquanta anni di vita del nostro paese. E’ così o cos’altro?
Non sono così ambizioso da intraprendere una riscrittura narrativa della nostra storia, ma allo stesso tempo trovo molto difficile prescindere dalla storia. Noi siamo un prodotto della storia. La sentiamo premere alle nostre spalle e affacciarsi negli eventi del presente. Uno scrittore che si privi della possibilità di spaziare in quella dimensione finisce, secondo me, per automutilarsi.

Dalla Storia con la S maiuscola alla Storia minuta, quotidiana dei tuoi personaggi che sembrano schiacciati dagli eventi, dal peso degli anni che vivono. Molti falliscono o meglio non riescono a costruire un libero percorso di vita. Credi che siamo così tanto condizionati da autoeliminarci?
Falliscono relativamente. I fallimenti dei personaggi di Sacra Fame dell’Oro non sono mai totali. Per esempio, Eugenio ne “La Situazione” riesce effettivamente a liberarsi della tutela pseudopaterna del suocero, ma soccombe in un secondo momento a causa della stupidità altrui. In pratica, riesce a costruirsi un libero percorso di vita, solo che, ahimè, è molto breve. Nessuno è perfetto. Quanto ai condizionamenti, sono sempre esistiti e fanno parte, scusa il bisticcio, della condizione umana. Chi si “autoelimina” ne porta la responsabilità.

Quali altre pagine del Novecento ti piacerebbe riscoprire attraverso la scrittura?
Sicuramente gli anni della Seconda guerra mondiale, in particolare i mesi successivi all’8 settembre che pongono le basi per l’occupazione tedesca e la guerra civile. Magari un’opera di “ipotesi retrospettiva” come Contropassato prossimo di Morselli. Cosa sarebbe successo se il Re, anziché scappare a gambe levate, fosse rimasto al suo posto a guidare quello che restava dell’esercito contro i tedeschi? Cosa sarebbe successo se avesse fatto chiudere Mussolini in un posto sicuro, anziche mandarlo a Campo Imperatore a farsi liberare dai paracadutisti tedeschi?

Qual è la tua opinione sulle recenti dichiarazioni di Günter Grass, che ha affermato di aver fatto parte, in gioventù, delle SS?
Günter Grass dimostra che il talento narrativo può benissimo coesistere con la peggiore cialtroneria. Ma ti rendi conto? Dopo sessant’anni ci viene a raccontare di aver fatto parte delle SS, e va bene. Affari suoi, nessuno può costringerlo a parlare, se non forse il desiderio di fare pubblicità alle sue memorie. Ma la storia della scoperta del razzismo… Uno vive per una dozzina d’anni nella Germania nazista, dove l’antisemitismo lo si assorbe col latte d’infanzia. Poi si arruola nelle SS, dove dal primo giorno di addestramento ti spiegano e rispiegano che gli ebrei sono una razza inferiore e vanno eliminati senza pietà, bambini compresi, insomma entra a far parte di un corpo i cui membri sono impegnati in tutta Europa nella distruzione di un intero popolo ritenuto indegno di vivere. Poi si arrende agli americani e, nel campo di prigionia, assiste all’episodio di due soldati bianchi che ne maltrattano uno di colore e… scopre il razzismo. Ma che storia è questa? E’ come dire: io ho girato film porno per dieci anni, poi un bel giorno sono andato in spiaggia e mi sono scandalizzato per il bikini.

Ciò che è successo in Germania ha riaperto la discussione sul ruolo dello scrittore da moralizzatore della società a semplice osservatore. Secondo te qual'è il ruolo dello scrittore?
Proprio il caso di Günter Grass ci ricorda che lo scrittore di narrativa dovrebbe scrivere narrativa e basta. L’idea della moralizzazione, poi, è grottesca. Con che diritto ci si propone come moralizzatori solo perché si è scritto un romanzo?

Stringendo il cerchio alla tua sfera privata come hai scoperto il mestiere di scrittore?
Scrivere mi è sempre piaciuto, anche se non necessariamente narrativa. Ho cominciato tardi, senza una vera idea di “diventare uno scrittore”. Poi ci ho preso gusto, ma a poco a poco, senza il sacro fuoco.

Sei tra i redattori della rivista Maltese Narrazioni. Quali stimoli ti dà questa collaborazione, gode buona salute la narrativa italiana e quali sono le ultime tendenze soprattutto tra gli esordienti?
La narrativa italiana gode di ottima salute, anche se gli esordienti naturalmente tendono un po’ a uniformarsi ai modelli del tempo. Si potrebbe incasellare buona parte degli scritti arrivati al Maltese nei diciassette anni di vita della rivista sotto il nome di uno scrittore famoso: il periodo Bukowski, il periodo minimalista, il periodo Tondelli, il periodo pulp. Forse oggi il panorama è più diversificato. Ovviamente gli stimoli di questa attività dipendono dalla qualità degli scritti che ci arrivano. In fondo, l’emozione più bella di fare la rivista consiste nello scoprire una voce nuova, e questo non succede poi tanto spesso.


mascherato  Il libro mascherato

La consapevolezza dell'esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi.


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