"La verità è che queste storie non sono altro che storie, pezzetti di filo, scampoli, piccole cose sparse qua e là, cucite insieme per farne una nuova": sotto il cielo plumbeo di Milano, Sandra Cisneros legge e spiega la sua visione delle storie, quelle raccontate dalle voci femminili di Fosso della Strillona e quelle di Caramelo, uno dei libri più belli degli ultimi anni. Avvolta in un rebozo, lo stesso scialle coloratissimo che era al centro della storia di Caramelo, entusiasta, divertita e appassionata, Sandra Cisneros si presta volentieri a parlare delle sue storie, ricordando forse che "scrivere è fare domande". Una grande scrittrice, un torrente in piena.
Nata a Chicago, ma di origini messicane, in quale lingua ti riconosci?
Essenzialmente siamo scrittori americani che scrivono in inglese e abbiamo bisogno di uscire dagli Stati Uniti per trovare una nostra strada, un nostro pubblico. Dal mio punto di vista, cerco di portare, di raccontare la diversità dei latinos negli Stati Uniti, che non è necessariamente la mia storia, la mia diversità perché io sono stata fortunata. Mio padre faceva il tappezziere e sono potuta andare all'università, ho studiato e non sono dovuta fuggire da nessuna parte, ma non è così per tutti gli emigranti.
Tanto Caramelo quanto i racconti di Fosso della Strillona risentono nettamente della vita degli emigranti.
Sì, la mia scrittura vive dei loro racconti. Il Fosso della Strillona è un vero torrente vicino a San Antonio, Texas, dove vivo. Bisogna ricordare che il Texas si chiamava Tejas ed era parte del Messico e ho provato a scrivere la storia da mio punto di vista, ho cercato di raccontare storie che diversamente sarebbero andate perse. Il cinquantadue per cento del Texas, dove vivo, è messicano, chicano, latinoamericano e afroamericano, ma nessuno sa di noi, nessuno consoce la nostra vita. Siamo esclusi dalle posizioni di potere, dai media. Neanche i nostri bambini conoscono la storia, perché non glie ne viene offerta la possibilità. Per esempio, il motto di San Antonio è "Ricordiamo Alamo" e tutti i libri di storia presentano i messicani come nemici che trucidarono gli americani, ma nessuno ricorda che erano proprio loro gli invasori. Tutto ciò genera una specie di schizofrenia che si riflette evidentemente sul nostro tessuto sociale. Il cinquanta per cento dei latinos abbandona gli studi nei primi anni della scuola superiore e abbiamo la più alta percentuale di gravidanze nell'adolescenza. Per questo scrivo le storie della mia gente. Ogni singola storia può sembrare banale, ma tutte insieme fanno un'epopea.
La tua fortuna è stata quella di aver avuto un'istruzione superiore?
Non solo, sono cresciuta in una casa piena di libri, ma erano libri della biblioteca pubblica di Chicago. Fintanto che sono cresciuta, infatti, ho pensato che i libri fossero una proprietà pubblica. In più, mia madre portava a casa i fotoromanzi e mio padre delle sanguinose riviste noir, tanto truculente che mia madre lo costringeva ad avvolgerle nella carta da pacco per nasconderne le copertine. Nella mia famiglia non si faceva distinzione e così tra i libri di Christian Andersen o le riviste è nata la mia cultura.
Questo spiega perché nelle tue storie alla cultura tradizionale si sovrappongono altre sfumature, fino a formare un tessuto molto composito.
Non lo so, quello credo dipenda dallo stile messicano, mas y mas, di più e di più e credo sia qualcosa di molto vicino anche alla cultura mediterranea. Non so perché, forse un antropologo potrebbe spiegarlo. Forse è perché come emigranti siamo abituati a portarci dietro tutto, e allora non ci facciamo mancare nulla. Mas y mas, appunto.
Per ricostruire gli ambienti, i tempi e le vite dei tuoi personaggi in un modo così dettagliato svolgi un lavoro di ricerca preliminare?
In un certo senso sì, anche se il mio ricercare non avviene in biblioteca, le nostre storie non si trovano nelle biblioteche, ma andando a conoscere direttamente le persone perché ogni persona è una biblioteca che cammina e quando mi racconta la sua storia, diventa subito una parte della mia storia.
Questo vale anche per la musica che ha un ruolo importantissimo nella tua scrittura.
Quando scrivo dedico alla musica un sacco di tempo e di ricerche perché è fondamentale nel ricreare gli spazi e gli anni che racconto, ma quando non devo scrivere mi dimentico completamente della musica, c'è silenzio completo, assolutamente neanche un rumore. In macchina ascolto lezioni per non perdere tempo e non ascolto la radio perché mi rende nervosa. Ma quando scrivo la musica è indispensabile per creare un mood, per ricostruire un'epoca, un ambiente, come è stato per Caramelo. Poi vivendo a San Antonio, che è la capitale della musica chicana, la Nashville della musica chicana, la musica è tutta intorno, tutto il giorno.
Si ha la stessa sensazione leggendo Caramelo, che ha avuto una lunga gestazione, vero?
Sì, devi sapere che Caramelo è nato da un racconto di Fosso della Strillona. C'era questa short story e un mio amico mi ha detto che conteneva già tutto un romanzo. All'inizio ero entusiasta dell'idea, l'ho tolta dalla raccolta e ho cominciato a lavorarci. Poi l'avrei maledetto perché Caramelo mi ha portato via nove anni, è stata un'impresa molto difficile e faticosa.
Ti sarà rimasto il piacere della scrittura.
No, il piacere non è scrivere. Il piacere è finire.
Le storie non finiscono mai, forse, ma c'è un momento in cui diventano altre. Di altri. E quello è il momento in cui ci si può fermare. E si può raccontarle.]