Viaggiatore perpetuo, instancabile osservatore delle parole e del mondo, raffinatissimo traduttore ("Tradurre è come interpretare uno spartito" ha detto qualche anno fa), Gianni Celati è uno dei più importanti narratori contemporanei.
In Verso la foce scrivevi: "Anche l'immaginazione fa parte del paesaggio: lei ci mette in stato d'amore per qualcosa là fuori, ma più spesso è lei che ci mette in difesa con troppe paure; senza di lei non potremmo fare un solo passo, ma poi è lei che ci porta sempre non si sa dove". Fata Morgana supera certi limiti e sembra trovare una sintesi o almeno una tregua tra l'immaginazione e il paesaggio. E' così?
Non esiste un vedere oggettivo. In tutto quello che percepiamo, una buona metà (se si potesse computare) è fatta di proiezioni immaginative o emotive che siano. Verso la foce è stato scritto per quello,come un continuo esperimento di percezione del paesaggio. Fata Morgana è stato scritto subito dopo Verso la foce, come continuazione dell'esperimento sul vedere-immaginare, fantasticare sui territori e le popolazioni.
I Gamuna sono un popolo bizzarro e curioso. Le loro abitudini a volte sembrano un riflesso distorto e contrario delle usanze della cosiddetta civiltà occidentale. Voleva essere una provocazione?
Spero proprio che non sia così, cioé una provocazione. Vorrebbe dire che è tutto intenzionale e pianificato. Non mi sembra. I Gamuna sono un modo di immaginare una fuga delle idee, fino a punto di restare senza, di non aver più niente da dire, di ridiventare ignoranti sul mondo
La loro stessa lingua, che varia con il corso della giornata, ha una ricchezza di espressioni e di significati che le lingue moderne tendono a perdere, banalizzandosi. Sente il fascino o la nostalgia per tempi o luoghi in cui la lingua aveva un altro valore?
La lingua dei Gamuna è un gioco fatto sui resti d'una mia passata tentazione per la linguistica (la mia tesi di laurea e altri lavori). Perché nessuna linguistica che io conosca ammetterebbe l'esistenza di lingue con una mutabilità secondo le ore del giorno.
Attorno ai luoghi dei Gamuna ci sono piste "dove c'è sempre un guerra in corso" e anche loro, per quanto riluttanti, vengono coinvolti, nei combattimenti e nei massacri. Il conflitto sembra una caratteristica endemica nei nostri tempi, che non risparmia nessuno.
La statalità universale dell'era moderna porta le guerre endemiche. Tutto il contrario di quello che l'ideologia liberale ha sempre sostenuto, da Hobbes in qua.
Esclusi ovviamente i Gamuna, i personaggi di Fata Morgana (Augustìn Bonetti, Victor Astafali, sorella Tra, ma anche gli avventurieri, i soldati e i turisti di passaggio) sembrano archetipi non solo delle storie d'avventura, ma di qualsiasi viaggio, meglio se in Africa. Volevi creare una sorta di catalogo della specie?
E' un catalogo dei senza patria, sì. Ci mancano i veri turisti in balia delle agenzie di viaggio.
In Avventure in Africa scrivevi: "Per questo i viaggi ti ubriacano subito, si diventa assuefatti all'eccitazione degli spostamenti, allora sembra che la vita debba andare da qualche parte". E' per questo che i tuoi romanzi più recenti sono dedicati al viaggiare?
Questo del viaggiare è stato sempre un mio modello (Avventure di Guizzardi, poi Lunario del paradiso, poi Narrarori delle pianure). Ed è vero che sa sempre di ubriacatura, o sbandamento.
Sei uno dei rari scrittori, per non dire l'unico, che ha saputo cogliere certe "condizioni di luce" della pianura Padana, un paesaggio complesso (e affascinante) che ha subito (e sta subendo) più di altri territori, una drammatica banalizzazione (in tutti i sensi). Tornerai a scriverne, prima o poi?
Non so. Ho altri viaggi da pubblicare, se arriverò a metterli a posto. Ad esempio un lungo viaggio per corriere nel sud Italia, dove le condizioni di luce sono altrettanto interessanti.
Tra il lavoro di narratore, di insegnante e di traduttore hai potuto confrontarti da più punti di vista e in modi diversi alle storie e agli scrittori. C'è qualcuno in particolare a cui ritorni? C'è qualcosa che magari ti è sfuggito e che stai inseguendo ancora?
Credo che sia stato un lungo andare avanti tenendo d'occhio il rasoterra. Nessun gonfiamento nelle grandi parole. Problema del restare soli, nella fuga dalle grandi parole senza mondo.
In un'intervista di una decina d'anni fa dicevi: "L'arte di scrivere ha molto a che fare con il fallimento, perché è quasi sempre una tua sconfitta di fronte alle parole". Bob Dylan diceva che"non c'è niente di più importante del fallimento". Qual'è allora la vera difficoltà nell'affrontare la costruzione di una storia, nel confrontarsi con le parole?
Andare incontro al proprio fallimento è il grande problema, ma anche la soluzione. Bisogna saper che si fallisce sempre, e che nessuno ti può salvare dal tuo fallimento. Solo nel fallimento e nell'errore nascono le fantasie buone, le migliori storie, le più disarmate, senza il meccanicismo del plot . La questione è dirsi: "Non ci si mette in salvo dallla vita".
La consapevolezza dell'esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi.