Misteriosa, sensibile, nell'ormai noto abito nero e con quell'aspetto da angelo capriccioso, Amélie è a Roma per parlare di Cosmetica del nemico, già in vetta alle classifiche.
Il suo sguardo è penetrante, ci ricorda l'espressione sottile di moltissimi dei suoi personaggi. Probabilmente la scrittura è il solo modo per essere al mondo, per riscattarsi dal caos infinito dell'esistere. La giovane autrice di Igiene dell'assassino, unanimemente considerata come il fenomeno letterario degli ultimi anni, non si nega a quanti vogliono capire, parlare, andare oltre l'impalcatura linguistica delle sue pagine. C'è mistero, in quelle pagine, e un senso delle cose che si nasconde pulsando sotto la filigrana della scrittura. Amélie Nothomb parla in modo rapido, con la fretta di chi ha tanto da dire, e il suo giro di pensiero è veloce, si chiude sulla realtà come un folgorante cono di luce.
Hai scritto il tuo primo romanzo a 23 anni. E' stato allora che hai capito che la tua vita sarebbe stata legata alla scrittura? Sì, avevo 23 anni, ma non immaginavo il successo che avrebbe avuto. Inoltre, la redazione di quel romanzo è legata a una sorta di strano paradosso, in quanto allora ero una giovane scrittrice del tutto sconosciuta che raccontava di un vecchio scrittore famoso e universalmente affermato. E' stato un po' come una sorta di sublimazione, come voler trarre fuori dal mio profondo una specie di alter ego, qualcosa di insieme psicologico e personale.
In tutti i tuoi romanzi la morte ha un ruolo, direi, centrale. Perché? Perché la morte è qualcosa che mi attrae e al tempo stesso mi spaventa, qualcosa a cui non riesco a smettere di pensare. Delle volte resto stupita nel vedere tanta indifferenza da parte dei giovani della mia età: come possono accettare che una persona che amano e che hanno amato possa prima o poi lasciarli per morire? E' qualcosa di duro, anzi di assolutamente mostruoso. Personalmente penso alla morte come a una specie di grande ossessione, e questo pensiero determina tutta la mia vita e le sue scelte.
Vivere in Giappone, in cosa ti ha resa una persona diversa? Il Giappone mi ha dato una lezione importante: ne ho scoperto la freddezza, il distacco, il gelo. E' così che lì vengono gestiti i rapporti tra le persone. La mia infanzia è costellata di ricordi in cui i miei genitori si incontravano scambiandosi cerimoniosità e cortesie esteriori. Io stavo sempre a chiedermi: cosa ci sarà nel profondo delle persone? Il Giappone mi ha resa consapevole che c'è una grandissima differenza tra il modo di apparire e la realtà profonda che sta dentro di noi. E questo mi ha fatto maturare molto.
La tua scrittura è molto legata al mondo classico. Cosa rappresenta per te questa dimensione lontana eppure così viva e profonda? Ho sempre considerato il mito come una forma di conoscenza e di indagine, e fra tutti i miti quello che più mi affascina è il mito di Orfeo disceso agli inferi per recuperare la compagna perduta. E' un tema che lego spesse volte alla riflessione sulla morte e che mi permette di comprendere molte altre cose importanti anche della vita.
Il tuo rapporto con l'Italia? Considero l'Italia, ma soprattutto Roma la mia patria ideale. Mio padre c'è stato per degli anni, come ambasciatore. E ogni volta che venivo a trovare i miei, mi affacciavo sui fori imperiali e dicevo: "Ma questo è un luogo veramente divino". Ero innamorata del Palatino. Da allora ho sempre pensato a Roma come a una città magica, perché sento che questi luoghi possiedono dentro qualcosa di veramente grande e speciale.
La consapevolezza dell'esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi.